L’ex ala biancorossa è tornata a Jesi, dove visse quattro anni indimenticabili. Un giocatore ricordato con tantissimo affetto ancora oggi, da chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare

JESI, 3 agosto 2024 – Tra i protagonisti della Jesina che fu, capace di monopolizzare un’intera città dall’esodo di Arezzo sino agli anni successivi, un posto di primo piano è riservato senza dubbio a Giuseppe Giuffrida, per tutti gli sportivi “Pippo”.
Catanese doc, classe 1955, “Pippo” arrivò a Jesi nell’estate 1980, conquistandosi subito una maglia da titolare nella squadra che fece vivere agli sportivi una stagione memorabile, culminata con l’esodo di Arezzo per il celeberrimo spareggio col Riccione, che valse la promozione C dopo anni di purgatorio.
Tornato al “Carotti” dopo alcuni decenni, Giuffrida ha ripercorso tutta la sua avventura in maglia leoncella durata ben 4 anni, con quella maglia numero 7 incollata addosso dal torneo 1980/81 a quello 1983/84, in cui mise insieme 113 presenze ed 11 reti.

“Pippo” Giuffrida con la maglia della Jesina nella stagione 1982/83
“Pippo”, che effetto ti fa tornare al “Carotti”, o meglio, al vecchio “Stadio Comunale”?
«Mi riporta indietro di 40 anni. Eravamo un gruppo di amici. Si prendeva tutto più alla leggera rispetto al calcio di oggi, dove c’è molto stress e si cerca esclusivamente la vittoria ad ogni costo. Vincevamo divertendoci. È un calcio dal quale oggi mi sono distaccato, non sentendolo più mio».
Quali sono i primi ricordi che ti vengono in mente pensando a quella Jesina?
«Mi viene in mente ad esempio Albertosi, allora portiere dell’Elpidiense, cui segnai un gol di testa, l’unico della mia vita. Me lo ritrovai l’anno dopo come compagno di squadra a Pesaro con la Vis, e mi ricordò sempre quella rete. Come dimenticare poi Arezzo e l’esodo di tifosi della Jesina. Dall’albergo sentimmo del casino con urla e fischietti, pensammo fosse una manifestazione, uno sciopero, invece erano i nostri tifosi che ci vennero a salutare prima della gara. Tra i mister, ricordo con affetto Baldoni, un amico ed un padre di famiglia più che un allenatore. Gegè invece, fu più rigido. Venendo dal professionismo di altissimo livello, ebbe un altro approccio verso la squadra. Ci diede tanto comunque anche lui».
In maglia leoncella hai conquistato 2 promozioni in 4 anni, vivendo forse i momenti più belli della storia recente della Jesina.
«A Jesi ho vissuto indubbiamente gli anni più belli ed importanti della mia carriera. I ricordi sono ora un po’ sfocati, ma 2 promozioni non si cancellano. Sono arrivato a Jesi con la squadra in Serie D e partito con la Jesina promossa in C/1. Ricordo i ritiri alla “Casa Bianca” all’azienda del Presidente Leopoldo Latini, in cui andavamo dal venerdì antecedente le nostre gare. Immancabili i “Caffè Borghetti” nella nostra camera. Prima di ogni gara poi, ero solito venire allo stadio dal ritiro in macchina con Luciano Barboni. Prima però, passavamo a casa sua e suo padre ci offriva sempre un “Borghetti”…Ricordo che una volta, in occasione di una gara casalinga col Sommacampagna, passai prima a far tappa in un bar ed arrivato allo stadio, sbagliai spogliatoio. Solo dopo essermi seduto realizzai il mio errore, con stupore della squadra ospite».

La Jesina edizione 1983/84. In piedi, da sinistra: Retini, Amadei, Torresi, Barboni, Briga, Rossi e il magazziniere Bordini. In basso, da sinistra: Petrini, Giuffrida, Mancini, Ballarini, la mascotte e Buffone
Una tifoseria anche allora molto passionale ed attaccata alla squadra. Tanti i derby e le giornate “calde”….
«Ricordo un pubblico meraviglioso, attaccatissimo alla squadra. Jesi meriterebbe almeno una Serie C. È difficile vedere oggi la Jesina in Promozione. Seguo sempre le sue vicende, anche se a distanza, e mi dispiace tantissimo della retrocessione. Tra i derby, ricordo in particolare quelli con la Vigor Senigallia e l’Ancona. In uno con la Vigor, a Senigallia, stavamo perdendo 1-0 quando pareggiammo allo scadere. Esultando, feci il gesto dell’ombrello ai tifosi di casa dopo che mi avevano insultato per buona parte della gara, perché ero un loro ex. I tifosi non la presero bene, e nei giorni successivi a Senigallia apparvero anche delle scritte contro di me sui muri. In uno con l’Ancona, in cui vincemmo 4-2 a Jesi grazie anche a un mio gol, a fine gara i nostri tifosi mi presero e mi lanciarono in aria per festeggiare. Avevamo poi un rito prima delle partite, quello di mettere 3 monetine da 50 lire, una davanti ad ogni porta, ed una a centrocampo. In una trasferta ce le tolsero e perdemmo».
Quale è stato il tuo percorso prima dell’approdo a Jesi, e come è continuato successivamente?
«Ho iniziato nelle giovanili del Catania, la squadra della mia città, esordendo in B al “Massimino” con mister Prenna a soli 17 anni in un Catania-Catanzaro, stagione 1973/74, di fronte a 25.0000 persone. In squadra c’erano giocatori come Romano Fogli e altri due che sarebbero poi arrivati a Jesi: Guido Angelozzi e Zelico Petrovic. Quell’anno il Catania retrocesse e rimasi per altre due stagioni, prima con mister Mazzetti, poi con Rambone. Passai in seguito alla Vigor Senigallia, al Ragusa, finché smisi di giocare tornando a Senigallia, visto che mia moglie era di lì. Poi mi chiamò il Marzocca, dove vincemmo un torneo di Prima Categoria. Nell’estate successiva, mi contattò Pieroni chiedendomi di venire a Jesi, magari per provare, con un contratto annuale. Non ero molto convinto, perché avevo deciso ormai di smettere, invece fu la scelta migliore della mia vita. A Jesi poi, nonostante un’intera carriera da terzino destro, giocai da ala destra, ruolo che avevo già provato a Marzocca. Dopo la Jesina, andai alla Vis Pesaro in Interregionale, ma a metà stagione smisi col calcio, ritornando a Catania».
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