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Eccellenza / Lorenzo ‘il toro’ Alessandroni: tra Jesi, gol e voglia di lasciare il segno
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Vallesina TV
Osimana–Jesina del 7 dicembre? “Sarà una partita speciale, per me e per la città”. Ogni allenatore che ho avuto mi ha lasciato qualcosa di importante: ricordo con affetto Alfredo Zepponi, passando poi per Alessandro Basili, Stefano Tarabelli, Giammarco Malavenda ed oggi Claudio Labriola
JESI, 26 novembre 2025 – Dai campetti polverosi della Vallesina alle giovanili di Parma e Piacenza, Lorenzo ha costruito la sua carriera con determinazione, talento e una costante fame di gol.
Attaccante dell’Osimana, bomber riconosciuto in tutta la regione, Alessandroni racconta in questa intervista il suo legame con Jesi, le scelte coraggiose che lo hanno formato come uomo e come giocatore, le emozioni legate alla paternità imminente e l’attesa per il derby storico contro la Jesina.
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Tra aneddoti di campo, riflessioni personali e il senso di appartenenza a una comunità, il suo ritratto va oltre il calcio, mostrando il percorso di un ragazzo che ha saputo trasformare passione e sacrificio in risultati concreti e sogni realizzati.
Quanto peso hanno le tue radici jesine e il legame con la Vallesina nel modo in cui affronti il calcio oggi e nella costruzione della tua identità fuori dal campo?
Calcisticamente sono cresciuto per strada, giocando quotidianamente in piazza e nei campetti delle chiese fin da quando avevo 5 anni. Ricordo in particolare il mio primo giorno nella scuola calcio Libertas, accompagnato da mia nonna: il caro Campo Boario, pieno di sabbia e breccia, fu il luogo in cui tirai i primi calci e iniziai a costruire la mia identità da giocatore. Crescendo tra i vari campetti della Vallesina ho conosciuto persone e amici che ancora oggi fanno parte della mia vita, a cui devo molto. Posso dire con certezza che la mia identità calcistica, dentro e fuori dal campo, ha un legame viscerale con la “jesinità”.
Guardando alla tua carriera tra vivai importanti come Parma e Piacenza e i successi nelle Marche, qual è stata la scelta più coraggiosa che ti ha formato come uomo e come giocatore?
La mia carriera ha avuto momenti di grande felicità, ma anche di difficoltà e dolore. Nel 2013 ho subito un grave infortunio al ginocchio che ha rischiato di fermare tutto ciò che amavo: correre dietro al pallone. Con forza, tenacia e il supporto della mia famiglia sono riuscito a rialzarmi e a tornare in campo. Se penso alla scelta più coraggiosa, non penso tanto a me, ma ai miei genitori che hanno permesso a un ragazzo di 14 anni di intraprendere una strada lontano da casa. Non smetterò mai di ringraziarli per il sostegno e la fiducia che mi hanno regalato.
Hai mai sentito il peso dei sogni giovanili e delle aspettative che ti sei posto da ragazzo, e come hai imparato a trasformarli in strumenti per crescere concretamente?
Non ho mai sentito il peso dei sogni e delle aspettative, soprattutto grazie ai miei genitori, che mi hanno dato una mentalità e un’educazione orientata a dare sempre il massimo, giorno dopo giorno, indipendentemente dal risultato. Mi hanno supportato senza mai intromettersi, lasciandomi decidere in autonomia. Questo approccio mi ha permesso di crescere sia come uomo sia come giocatore, senza ansie inutili, imparando a usare le ambizioni come strumenti concreti di crescita.
C’è stato un allenatore o un compagno che ha cambiato il tuo approccio al gioco, facendoti capire cosa significa davvero essere leader e incidere sul gruppo?
Ogni allenatore che ho avuto mi ha lasciato qualcosa di importante. Ricordo con affetto Alfredo Zepponi, il primo a trasmettermi passione e disciplina, passando poi per Alessandro Basili, Stefano Tarabelli e Giammarco Malavenda. Oggi, Claudio Labriola, il mio attuale allenatore all’Osimana, ha avuto un ruolo fondamentale nel mio sviluppo emotivo e tecnico, aiutandomi a capire cosa significa davvero essere leader e contribuire in maniera decisiva al gruppo.
Nel tuo ruolo di attaccante, cosa consideri la tua “firma” sul campo, e quali caratteristiche pensi ti distinguano realmente nella categoria in cui giochi?
Interpretare il ruolo di attaccante oggi significa per me essere aggressivo, cercare profondità e gol, ma anche incidere sulle partite con scelte intelligenti e incisive. La mia firma sul campo è la determinazione: la voglia di vincere, di mettermi in gioco e di fare gol. Cerco di distinguermi per costanza, lavoro sui miei limiti e capacità di lasciare da parte scuse e alibi, affrontando ogni partita con mentalità vincente.
Ormai sei considerato un vero bomber della zona: come ti sei affermato in questo ruolo e come immagini il tuo futuro da protagonista nel calcio marchigiano?
Essere riconosciuto come bomber della zona è per me un onore, frutto di lavoro, perseveranza e cura dei dettagli. Ho sempre cercato di migliorarmi, affrontando i limiti senza arrendermi mai. Per il futuro vedo la voglia di continuare a togliermi soddisfazioni sul campo, contribuire alla squadra e lasciare il segno nel calcio marchigiano con costanza e ambizione.
Stai per diventare padre: come cambia la tua visione del calcio e della vita e in che modo questa nuova responsabilità influenzerà il tuo approccio al campo e al futuro?
Diventare padre è una nuova sfida che cambia profondamente la mia prospettiva. Spero di trasmettere a mio figlio la passione e la dedizione che metto nello sport, perché sono queste qualità che fanno la differenza. La mia visione del calcio non cambia: al contrario, questa responsabilità mi motiva a essere più presente, lucido e concentrato, sia dentro che fuori dal campo.
La Vallesina non è solo la tua terra d’origine, ma anche il luogo in cui costruirai la tua famiglia: cosa significa per te sentirti parte di questa comunità e quali valori speri di trasmettere?
La Vallesina è casa, famiglia e comunità. Voglio trasmettere a chi verrà dopo di me l’educazione, il rispetto per le persone e l’importanza di integrarsi nei diversi contesti sociali. Qui ho imparato cosa significhi sentirsi parte di un gruppo, di una squadra, di una città: valori che voglio far vivere anche a mio figlio.
Se potessi parlare al “te stesso” che giocava nei campi di Jesi a 10 anni, quale consiglio concreto gli daresti oggi, basato sulle lezioni della tua esperienza dentro e fuori dal calcio?
Gli direi che tutti i sacrifici fatti hanno portato risultati concreti e che la fatica non è mai stata inutile. Gli consiglierei anche di essere meno testardo, di ascoltare le persone importanti intorno a lui e di capire i momenti decisivi della vita: ciò che oggi sembra difficile, domani può diventare la base dei tuoi successi.
In vista del derby storico Osimana–Jesina del 7 dicembre, come vivi l’attesa e quali sono le emozioni che ti porti dentro quando affronti una partita così sentita?
Sarà una partita speciale, per me e per la città. Quei colori li ho dentro e quello stemma rappresenta il mio percorso da ragazzo. Lo affronto con emozioni forti, ma sempre con la concentrazione e la determinazione che solo un derby può dare. È un legame che va al di là del calcio, un confronto che ha radici nel cuore e nella storia della mia comunità.
Lorenzo è il simbolo di una generazione di giocatori che ama il calcio con passione autentica, che non molla di fronte alle difficoltà e che sa trasformare ogni sfida in un’occasione per lasciare il segno. In bocca al lupo per tutto, Toro!
Matteo Sebastianelli
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