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Calcio Amarcord / Mondiale senza Italia ma dopo 52 anni con Haiti, come quella volta che Trevisan…
Il piccolo Paese caraibico, sotto dittatura, si qualifica nel 1974 grazie a un tecnico giramondo italiano, che prima del Mondiale perde il posto passando poi alla Vigor Senigallia.
Tra i gesti in mondovisione di Chinaglia a Valcareggi e riti vodoo, una storia di oltre mezzo secolo fa
SENIGALLIA, 9 Giugno 2026 – L’Italia non c’è, ed ormai è, se non una abitudine, quantomeno una notizia a metà visto che gli azzurri saltano il Mondiale per la terza volta di fila confermando la crisi totale del calcio italiano, palesata pure a livello di qualità della serie A e di risultati nelle coppe europee.
In un Mondiale a 48 squadre però c’è posto – se non per tutti (e l’Italia ne è la prova) – quantomeno per molti, e cosi si potrà assistere, nella rassegna che inizia in Messico giovedì 11 giugno, a qualche storico debutto, come quello del piccolo Curacao, e ad inaspettati ritorni, come quello di Haiti, che torna alla rassegna iridata 52 anni dopo la prima e unica volta.
Era Germania Ovest 1974, e Haiti nella prima fase incontrò proprio l’Italia in una partita rimasta nella storia del calcio di entrambi i Paesi.
Gli azzurri del Ct Valcareggi erano reduci dal Mondiale 1970 concluso al secondo posto dietro al Brasile di Pelè (chi non l’ha mai vista, si guardi le rete di testa in finale del fuoriclasse brasiliano, che sembra arrivare in cielo sovrastando un mastino come Burgnich) dopo l’epica vittoria 4-3 nella semifinale contro la Germania Ovest, in quella che subito venne ribattezzata “La partita del secolo”.
Nello stesso stadio Azteca che giovedì ospiterà l’esordio dei Mondiali, una scritta sul marmo ricorda quella partita dove il calcio divenne epica, come mai prima e forse nemmeno dopo.
Quando le telecamere la inquadreranno, prenderà possesso dell’animo una inevitabile malinconia nell’osservare che proprio nello stadio dove il calcio italiano raggiunse uno dei suoi momenti più alti, anche in questa edizione l’azzurro non risplenderà né in campo né sugli spalti, ma tant’è.
Nel 1974 da Messico ’70 erano passati quattro anni, ma le ambizioni erano ancora tante: che non si sarebbe ripetuto il cammino del mondiale precedente in Germania però lo si capì subito, e proprio contro Haiti nel match inaugurale: i caraibici, di cui l’Italia avrebbe dovuto fare un sol boccone, andarono addirittura in vantaggio con Sanon – e quest’ultimo in patria divenne presto un mito sportivo – e anche se poi si arresero 3-1, evidenziarono presto i problemi di una Italia piena di stelle (Rivera, Mazzola, Zoff, Capello, Facchetti, avercele adesso….) ma altrettanto poco coesa: lo dimostrò il mai banale “Giorgione” Chinaglia, bandiera e simbolo della Lazio appena reduce dalla vittoria dello scudetto, che al momento della sostituzione con Anastasi, si fece riprendere dalle telecamere in gesti non proprio da catechista nei confronti del povero e inerme Valcareggi.
Italia presto eliminata e Giovanni Arpino, intellettuale e scrittore tra i più noti in Italia, che poco dopo pubblica uno dei suoi romanzi più famosi, “Azzurro Tenebra”, racconto in tempo reale della disastrosa partecipazione italiana a quel Mondiale.
Quando il libro esce, nel 1977, a Senigallia un allenatore triestino, di nome Ettore Trevisan, sta allenando la Vigor Senigallia di Giuliani, Alessandrini, Pasi e tanti altri, in serie D: tre anni prima, invece, mentre Arpino compone dalla Germania il suo diario che diverrà libro – reportage ante-litteram dei lati oscuri del nostro pallone -, lo stesso Trevisan sta facendo miracoli proprio col piccolo Haiti.
Già, perché è proprio Ettore Trevisan – fratello minore del più noto Guglielmo, centravanti della Triestina e della Nazionale negli anni 40′ – allenatore giramondo, a compiere l’impresa di portare per la prima volta ai Mondiali un Paese di meno di 10 milioni di abitanti, governato da un feroce dittatore come “Baby Doc” Duvalier, che ha appena raccolto l’eredità del non meno sanguinario padre “Papa Doc”: per chi volesse farsi una idea su quale fosse lo spazio di libertà ad Haiti in quel trentennio sotto i due Duvalier, dia uno sguardo allo straordinario documentario del premio Oscar Jonathan Demme, “The Agronomist”.
Trevisan arriva ad Haiti nel 1973 e vince subito la Coppa Concacaf, unico trofeo della storia della Nazionale.
Vi giunge dal Savoia di Torre Annunziata, ma dopo aver giocato già all’estero, in Francia, e allenato in Grecia addirittura già nel 1959, trentenne, all’Ethnikos Pireo: Trevisan allena più volte nell’Ellade, quindi in Francia, rientrando poi in Italia prima di dirigersi quindi ancor più lontano, in America, direzione appunto Haiti.
Qui fa il miracolo che vale una carriera, qualificare un piccolo Paese praticamente senza tradizione né campi in erba al Mondiale, una rassegna allora a sole 16 squadre, non certo la fin troppo affollata festa di consumo a 48 di oggi.
E’ un calcio dove la politica non manca, certo, e lo si vedrà già nel Mondiale di quattro anni dopo (1978), quando più di una mano arriverà all’Argentina del dittatore Videla per conquistare in casa il primo titolo, ma la politica non ha ancora preso del tutto il sopravvento sul calcio giocato, e un Mondiale a 48 – grazie al cielo – non attraversa ancora nemmeno i pensieri più nascosti dei non certo immacolati dirigenti Fifa del tempo.
Allora non c’era gloria per tutti, ma per Haiti, per cui già esserci fu una festa – quella sì, per davvero, pur di un popolo affamato -, resa ancora più indimenticabile dal pur illusorio vantaggio di Sanon contro l’Italia (con gente subito in strada e due morti nei festeggiamenti), la gloria ci fu eccome.
Non per Trevisan, però: si disse che il buon (si fa per dire) “Baby Doc”, ansioso di sfruttare la partecipazione al Mondiale a fini politici, avesse regalato una Fiat a ciascun giocatore, vietandone però l’utilizzo, mandando tutti in Germania con largo anticipo per prepararsi al Mondiale ma lasciando a casa proprio il tecnico dell’impresa impossibile, costretto a dimettersi dopo continui attriti con la Federazione, legatissima all’allora poco più che ventenne, ma già assai autoritario, dittatore, che gli rese di fatto la vita a dir poco complicata a sorteggio Mondiale già avvenuto.
Al tecnico venne proposto di guidare una squadra vicina al regime, ma non se ne fece nulla: niente più Nazionale, Mondiale né squadre di club e addio improvviso ad Haiti e a quel mondo lontano, calcisticamente e non solo, a biennio nemmeno concluso.
Di certo, l’intervista al celebre giornalista Vittorio Zucconi, in cui il futuro allenatore della Vigor Senigallia dichiarò “di aver trovato giocatori che vivevano in baracche miserabili, convinti di dover perdere per forza contro le squadre dei bianchi, o magari di dover ricorrere ai riti vodoo.
Io ho detto loro: guardate Cassius Clay (Muhammad Alì) che è nero e vince, altro che magia”, non lo aiutò.
Tornato in Italia, Trevisan guida il Pordenone nel 1974-75, dove qualche anno prima pure un altro celebre giramondo legato a Senigallia e alla Vigor, Renato Cesarini, aveva allenato: poi subentra a Mario Tortul – ex giocatore della Nazionale e zio di Fabio Capello – sulla panchina della Vigor nella stagione 1976-77.
La squadra è valida, Tortul è stimato ma i risultati non arrivano, Trevisan non è gradito da tutti, ha metodi talvolta insoliti ma porta la squadra a metà classifica e a una tranquilla salvezza nello stesso periodo in cui nelle librerie arriva “Azzurro Tenebra” con cui Arpino descrive il disastro italiano a Germania Ovest 1974, a partire dalla reazione spropositata di Chinaglia nel match contro Haiti.
E’ passato ormai mezzo secolo da quegli eventi.
Ettore Trevisan, uno dei primissimi allenatori italiani ad avere successo all’estero, è morto a 91 anni nel 2020, nella sua Trieste.
A distanza di 50 anni esatti dal suo approdo a Senigallia come allenatore, la Vigor, dopo alti e bassi, è ancora in D, come allora.
L’Italia, dopo il trionfo del 2006, ha disputato due Mondiali disastrosi nel 2010 e nel 2014, non qualificandosi nei tre successivi, figuracce che fanno impallidire quella del 1974: Arpino, scomparso nel 1987, non ha potuto assistervi, ma “Azzurro Tenebra” resta una lezione imprescindibile di storia e giornalismo per chiunque abbracci la carriera di giornalista sportivo.
Oggi, nella carenza di attaccanti del nostro calcio, difficilmente un Ct potrebbe mettere in discussione un bomber di razza come “Long John” Chinaglia, scomparso nel 2012.
Haiti, però, il piccolo Paese dei Caraibi con 10 milioni di abitanti dove i campi in terra battuta nel 1974 superavano quelli in erba, al Mondiale ci è tornato davvero, dopo 52 anni, e sogna l’impresa sfiorata in Germania grazie al gol iniziale di Sanon, deceduto nel 2008.
Di certo il Commissario Tecnico Sebastian Migné, francese, può stare molto più tranquillo dello sfortunato Trevisan, che un Mondiale seduto in panchina se lo era guadagnato con un calcio anche moderno e se lo sarebbe proprio meritato: ad Haiti, tra gang criminali e povertà, il frangente storico odierno è tra i più sofferti, ma il dittatore “Baby Doc” Duvalier non fa più paura: è morto nel 2014 a 63 anni, già nel 1986 era stato deposto ed esiliato dopo un quindicennio, susseguente a quello del padre, caratterizzato da repressione e corruzione, con l’appoggio non nascosto degli Stati Uniti.
Foto in evidenza tratta da https://storiedicalcio.altervista.org/blog/ettore-trevisan-io-e-haiti.html
Foto di Chinaglia tratta da https://vavel.it/piu-vavel/2011/10/12/sport-vintage/15021.html
Quindi Trevisan, quinto da sinistra in alto, nella Vigor 1976-77
Nell’ultima foto, tratta da wikipedia, “Baby Doc” Duvalier.
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