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Calcio

Calcio Amarcord / 7 Giugno 1981, morte allo stadio

43 anni fa l’assurda tragedia del Ballarin di San Benedetto del Tronto, in una giornata che avrebbe dovuto essere di festa.

Un dovere ricordare Carla e Maria Teresa, anche ora che la curva non c’è più

SAN BENEDETTO DEL TRONTO, 7 Giugno 2024 – San Benedetto del Tronto, 7 giugno 1981, morte allo stadio.

Fa un caldo torrido in quel pomeriggio di fine primavera nella città rivierasca, che si appresta a festeggiare il trionfo della sua squadra cittadina, la Sambenedettese.

Deve essere una giornata di gloria e gioia, diventerà un giorno tristemente noto come quello della più grande tragedia in uno stadio italiano, un impianto che era il simbolo di una squadra e di una città e che, dopo essere stato a lungo un rudere abbandonato a se stesso, è stato recentemente abbattuto tra mille polemiche, anche per quello che ha rappresentato nel ricordo di Maria Teresa e Carla.

Due ragazze del posto, due tifose della Samb, le due vittime del “Rogo del Ballarin”, il 7 giugno di 43 anni fa.

La Sambenedettese, in quel giugno 1981, ha già oltre mezzo secolo di vita e dagli anni Venti unisce la città come niente altro, anche in un’epoca, come gli anni Setttanta e Ottanta, in cui ci si scontra, pure fisicamente, per differenze di classe e idee politiche: il calore della sua tifoseria, poi, l’aspetto identitario che fin dal principio aggrega squadra, tifoseria e città, ha reso possibili imprese altrimenti irraggiungibili da una piccola e non ricca squadra di provincia, che contro i colossi del calcio si è addirittura fatta onore per anni in serie B.

Lo scrive pure Vittorio Pozzo, il grande ex Commissario Tecnico dell’Italia campione del mondo del 1934 e del 1938, che negli anni Cinquanta-Sessanta fa il giornalista e rimane impressionato dal sostegno che il popolo sambenedettese trasmette ai rossoblù durante un match di serie B contro il mitico Torino, retrocesso in cadetteria dieci anni dopo la tragedia di Superga del 1949.

“Il Bernabeu di Madrid fa paura? Provate a giocare al Ballarin”, sottolinea invece in un’intervista Paolo Rossi, un altro che non ha bisogno di troppe presentazioni.

Nel 1981 la Sambenedettese è in serie C1, ma è pronta a tornare in serie B: agli ordini del tecnico Nedo Sonetti, un toscanaccio apparentemente burbero ma tremendamente concreto, specialista di promozioni e del calcio di provincia, ci sono tra gli altri il futuro mister del miracolo Piacenza Luigi Cagni e niente meno che Walter Zenga, il quale – ventenne – fa già intravedere le qualità che lo porteranno negli anni successivi ad essere eletto più volte migliore portiere al mondo.

Per riassaporare la cadetteria, può bastare un pari col Matera e con l’appoggio del Ballarin – stadio dedicato ai due fratelli periti col Grande Torino a Superga – centrarlo non dovrà essere poi così difficile, con gli occhi sul campo di gioco e le orecchie ai diffusori, auspicando buone notizie dal match della rivale Campobasso.

E’ una giornata caldissima a San Benedetto del Tronto, con un forte vento di scirocco, che specie sullo stadio, praticamente sul mare, batte forte come da abitudine: la tifoseria – la stessa che si vede nel film culto “L’allenatore nel pallone” con Lino Banfi, la cui scena iniziale della promozione della inesistente Longobarda riprende in realtà un Samb-Pistoiese – ha preparato per giorni una coreografia degna con quintali di carta e qualche fumogeno.

Circa 13.000 spettatori affollano uno stadio stracolmo e anche più, ma nessun divieto, perché non c’è niente di pericoloso nella coreografia pensata per la grande sfida.

La partita deve ancora iniziare, quando complice il caldo e il vento, è però drammaticamente proprio quella carta ad andare a fuoco nel tempio del tifo di casa, la celebre, curva sud, dove il pubblico respira praticamente addosso ai giocatori, causando fiamme alte anche diversi metri mentre la gente, ammassata, in preda al panico, si sposta a destra e sinistra per cercare una via di fuga.

Tra i tanti ragazzi che in quella settimana non pensano ad altro che alla partita delle partite quel giorno in curva c’è pure Roberto Peci, fratello dell’ex brigatista rosso Patrizio, il “pentito traditore” Patrizio: verrà rapito proprio a pochi metri dallo stadio tre giorni dopo, venendo barbaramente ucciso nel mese di agosto in un “processo” brigatista ripreso con spietatezza da una telecamera ed inviato ai telegiornali.

Un altro episodio che segnerà indelebilmente la città, tradizionalmente orientata a sinistra e già colpita negli anni precedenti dal clima di tensione tipico degli “anni di piombo”, senza dimenticare il dramma della motonave Rodi e delle sue dieci giovani vittime che nel 1970 aveva scatenato la rabbia – assolutamente comprensibile – di un centro di 40.000 abitanti (e della sua tifoseria) contro il disinteresse delle istituzioni nel recuperare il motopeschereccio in balia del mare Adriatico.

Un’altra triste storia.

Mentre le fiamme continuano inesorabilmente a crescere, alimentandosi con caldo e vento, centinaia di persone intrappolate nella curva sud cercano di darsi alla fuga e a dirigersi verso dove non divampano focolai, togliendosi in tutta fretta di dosso la carta degli striscioni o tentando di scavalcare la recinzione per gettarsi sul campo di gioco: ma le chiavi per aprire i cancelli a quanto pare non si trovano, mentre anche gli idranti sembrano non funzionare.

Tutto dura pochi minuti, una quindicina: tanto che alle 17.16 l’arbitro Tubertini di Bologna in una coltre di fumo il cui odore si è ormai sparso in tutti i settori, dà avvio con 16′ di ritardo al calcio di inizio – decisione presa in accordo con le forze dell’ordine per evitare che il deflusso degli spettatori intralciasse i soccorsi, spiegherà il direttore di gara successivamente – mentre le ambulanze e sirene spiegate portano gli ustionati in ospedale.

Non subito si comprende la portata della tragedia e quella nebbia causata dai fumogeni non sembra così diversa da quella di molte altre volte negli stadi di allora, ben più affollati di quelli odierni, anche se per qualcuno le sensazioni sono fosche: l’immagine del portiere della Samb, Walter Zenga, che, all’ingresso in campo, guarda ossessivamente verso la curva sud, è di quelle che non si dimenticano, come l’impegno dei tanti che mettendo a repentaglio la propria vita, si attivano nei soccorsi per fermare quel fuoco che per pochi, ma interminabili, minuti, non sembra saperne di smettere di spirare sinistro su quella giornata che dovrebbe essere solo di esultanza.

Dopo lo 0-0 col Matera, alla fine del match si svolgono pure festeggiamenti per la promozione della Sambenedettese in B, anche perché all’intervallo lo speaker dello stadio ha già rassicurato sull’assenza di feriti gravi.

 

Invece, alla fine, l’amara realtà emergerà in tutta la sua tragicità dettata da una combinazione di circostanze e disorganizzazione e non dalla violenza ultras che già allora sembra essere la causa di ogni male negli impianti italiani: il bilancio sarà drammatico, con un centinaio di feriti e 13 ustionati gravi trasferiti negli ospedali di tutta Italia.

E due vittime, Carla Bisirri, 21 anni, e Maria Teresa Napoleoni, 23 anni: moriranno pochi giorni dopo all’ospedale Sant’Eugenio di Roma con ustioni gravi sul 70% del corpo.

Oggi, una targa ricorda al nuovo stadio Riviera delle Palme Carla a Maria Teresa, il cui volto sorridente è rappresentato in un graffito del vecchio Ballarin, dove ogni 7 giugno i tifosi della Samb si recano per ricordare due tifose la cui vita è stata spezzata senza colpe negli anni della giovinezza, in un giorno che avrebbe dovuto essere di festa.

Un ricordo che – come i segni nel corpo e nella mente di chi è sopravvissuto – niente potrà cancellare, anche ora che quello che rimaneva della sud non c’è più e che – o quantomeno ci piace pensarlo – nel dolore di una tragedia assurda ha unito nel nome di Carla e Maria Teresa ancora di più il popolo sambenedettese.

©riproduzione riservata

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