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Pallacanestro / Andrea Paoletti: «Spero di tornare a riempire il PalaTriccoli, magari da protagonista»
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Vallesina TV
Il cestista jesino, classe 2005, oggi alla Bakery Piacenza, si racconta a Vallesina.tv: il ritorno a casa da avversario, le esperienze lontano dalle Marche e la crescita in un percorso che lo sta portando a prendersi nuove responsabilità. Con un sogno che guarda al futuro e non dimentica le proprie radici
Jesi, 29 ottobre 2026 – A ventun anni, Andrea Paoletti ha già iniziato a conoscere le diverse sfaccettature della pallacanestro senior. Cresciuto cestisticamente a Jesi, il giocatore jesino ha proseguito il proprio percorso lontano da casa, passando per Ancona, Livorno e Corato, prima di approdare quest’anno alla Bakery Piacenza.
Un cammino fatto di esperienze differenti, occasioni di crescita e nuove responsabilità, dentro e fuori dal campo. Il ritorno al PalaTriccoli della scorsa settimana, questa volta da avversario, ha rappresentato un momento particolare: sugli spalti tanti parenti e amici, mentre sul parquet Paoletti si è ritrovato davanti a luoghi e volti che fanno parte della sua storia.
In questa intervista a Vallesina.tv, il giovane cestista ripercorre le tappe più significative del proprio percorso, raccontando ciò che ha imparato lontano da Jesi, le sfide della nuova avventura a Piacenza e gli obiettivi per il futuro. Senza dimenticare il legame con la città in cui, da bambino, sognava di diventare un giocatore di pallacanestro.
Tornare a Jesi da avversario ha un significato particolare. Domenica, al PalaTriccoli, c’erano tanti tuoi parenti e amici a seguirti. Che effetto ti fa ritrovare, dall’altra parte del campo, le persone e i luoghi con cui è cominciata la tua storia cestistica? E quanto è importante sentire che a casa ci sono ancora tante persone che ti seguono?
È stato sicuramente bellissimo, una grande emozione ritrovare sugli spalti tanti volti familiari e tornare a giocare in un palazzetto che conosco benissimo. Per me sentire che ci sono persone che credono in me è fondamentale: sapere di avere questo sostegno mi dà una spinta incredibile, soprattutto nei momenti più difficili.
La tua carriera ti ha portato lontano da Jesi molto presto, passando per Ancona, Livorno, Corato e adesso Piacenza. A ventun anni hai già conosciuto ambienti e realtà differenti. Quanto ti ha fatto crescere l’allontanamento da casa, non soltanto come giocatore ma anche come persona? C’è qualcosa che hai imparato vivendo fuori che difficilmente avresti imparato restando a Jesi?
Vivere lontano da casa è sicuramente un’esperienza che accelera il processo di maturazione, sia in campo sia fuori. Ho imparato tantissime cose, anche quelle più banali, alle quali non pensi quando vivi con i tuoi genitori e hai qualcuno che si occupa di tante necessità quotidiane. La differenza più grande, però, è renderti conto che a volte sei da solo e devi trovare il modo di far funzionare tutto, soprattutto quando hai un obiettivo per il quale stai facendo tanti sacrifici. È un percorso che ti aiuta a diventare più autonomo e responsabile.
Da Corato a Piacenza, due esperienze diverse in momenti importanti della tua crescita. In Puglia hai disputato una stagione da protagonista, con quasi 13 punti di media, mentre quest’anno hai intrapreso una nuova avventura alla Bakery. Che cosa ti ha lasciato l’esperienza di Corato e che cosa hai trovato a Piacenza, a livello tecnico, umano e di responsabilità, per compiere un altro passo nel tuo percorso?
L’esperienza di Corato mi ha lasciato tantissimo. Ho disputato una stagione in un girone difficilissimo, all’interno di una squadra composta da tanti giocatori esperti, che mi hanno aiutato molto nel mio percorso di crescita, permettendomi di imparare da loro ogni giorno. Quest’anno, a Piacenza, il contesto è diverso: mi viene chiesto di assumermi maggiori responsabilità e di essere più leader rispetto alla scorsa stagione. È un obiettivo importante che ci siamo prefissati insieme a coach Salvemini. Il suo lavoro mi sta aiutando a elevare il mio gioco non soltanto dal punto di vista tecnico e tattico, ma anche sotto l’aspetto emotivo, che è fondamentale per affrontare al meglio le sfide che abbiamo davanti.
Quest’anno il calendario ti riporta in un contesto particolarmente familiare: un girone di Serie B Interregionale con due squadre jesine e diverse realtà del territorio marchigiano. Per chi, come te, è cresciuto cestisticamente in questa zona, che significato ha ritrovare così tante facce e luoghi conosciuti da avversario? È anche un modo per misurare quanto sei cambiato rispetto a quando giocavi qui?
Il girone non poteva regalarmi sorpresa più grande del ritorno a Jesi da avversario. Per me queste partite hanno un significato speciale: ritrovare volti e luoghi che mi hanno accompagnato nella crescita, fin da quando ero piccolo e sognavo di diventare un giocatore, è tanto strano quanto emozionante. Tornare in questi palazzetti con un ruolo diverso mi permette anche di rendermi conto della strada percorsa e di quanto siano cambiate le cose rispetto a quando ero io a vivere quelle realtà dall’altra parte del campo.
Sei partito da Jesi, hai attraversato esperienze importanti e oggi sei in un campionato senior in cui devi continuare a dimostrare il tuo valore. Qual è stato il momento in cui hai capito che la pallacanestro poteva diventare qualcosa di più di una passione? E, guardando al percorso fatto finora, qual è l’aspetto del tuo gioco su cui senti di essere cresciuto maggiormente e quello sul quale vuoi ancora lavorare?
Sicuramente l’esperienza di Livorno è stata decisiva. Allenarmi ogni giorno con grandi campioni e vedere come vivessero la pallacanestro, trattandola a tutti gli effetti come un lavoro, mi ha fatto capire che cosa significasse realmente fare il giocatore. Credo di essere cresciuto molto, soprattutto in quell’anno, sotto l’aspetto tattico. C’è però ancora tanto su cui lavorare, in particolare per quanto riguarda la gestione delle emozioni e l’approccio alle partite. Devo imparare a non lasciarmi sopraffare da quello che provo: le emozioni sono una componente importante dello sport, ma bisogna saperle gestire per riuscire a esprimersi al meglio in campo.
Quando si parla di un giovane che lascia la propria città per inseguire una carriera sportiva, si raccontano spesso le opportunità e i sacrifici, meno il legame con il luogo da cui tutto è partito. Quanto senti ancora tue Jesi e la Vallesina? E, se dovessi immaginare Andrea Paoletti tra qualche anno, quale traguardo vorresti aver raggiunto sul parquet e che rapporto ti piacerebbe conservare con la tua città?
Sono cresciuto seguendo la Serie A2 a Jesi e, per me, la domenica non era davvero domenica se non andavo al palazzetto. Il PalaTriccoli ha fatto parte della mia infanzia e dei miei sogni: da bambino andavo a vedere le partite e, una volta finite, chiedevo l’autografo ai giocatori che ammiravo. Spero che un giorno si possa tornare a riempire il PalaTriccoli e che io possa essere uno di quei giocatori ai quali, al termine della partita, i bambini vengono a chiedere un autografo. Sarebbe un traguardo speciale, perché significherebbe ritrovarmi dall’altra parte di quei ricordi che hanno accompagnato la mia crescita e restituire, in qualche modo, qualcosa alla città da cui è cominciato tutto.
Matteo Sebastianelli
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