Pugilato
Pugilato / Nino Benvenuti, il pugile che rese grande l’Italia e ci fece sentire un Paese migliore
Come Coppi e Bartali, il Grande Torino e pochi altri, il campione appena scomparso ci fece sentire orgogliosi di essere italiani.
Per lui un Paese ferito da una assurda guerra si fermò in piena notte; e uno stadio, quello di Senigallia, si riempì per vedere i suoi pugni
SENIGALLIA, 21 Maggio 2025 – Ha fatto scoprire la boxe davvero a tutti gli italiani, ha fatto capire che questa era davvero una “nobile arte” e non solo rozza violenza: con quel suo stile raffinato sul ring, la sua educazione fuori, valori che non lo hanno mai scalfito nemmeno negli anni della massima fama, quando compariva in rotocalchi, pubblicità televisive o come attore nei film, grazie al suo fascino.
Carisma, ciuffo biondo, bellezza, atteggiamento magari talvolta arrogante ma senza esagerare mai.
Ma soprattutto, ha fatto sognare l’Italia, facendola sentire migliore ed orgogliosa di sè stessa, in un momento in cui ne aveva tremendamente bisogno.
Giovanni “Nino” Benvenuti ha fatto tutto questo.
La sua recente scomparsa, a 87 anni, ha suscitato commozione nel mondo della boxe, anche locale, perché Benvenuti aveva un legame forte con le Marche.
Lo vedremo.
Il pugile, oro olimpico a Roma 1960 nei welter, poi campione mondiale dei superwelter tra il 1965 e il 1966, ma soprattutto campione europeo e mondiale dei medi, rispettivamente tra il 1966 e il 1967 e tra il 1967 e 1970, è uno di quelli che nel romanzo del nostro Paese, un posto lo avrà sempre nelle prime pagine, non solo sportive.
In quell’Italia uscita con le ossa rotte dalla Seconda Guerra Mondiale e da un ventennio di dittatura fascista, umiliata anche dalla diplomazia internazionale, c’era davvero poco a cui appigliarsi.
Rimaneva lo sport, con poco altro: le vittorie di Coppi e Bartali, quelle del Grande Torino, interrotte però da una nuova tragedia – Superga – l’epopea del Settebello di pallanuoto, il correre leggiadro del cavallo Ribot, sono pagine che vanno oltre lo sport ed entrano nella storia del nostro Paese, nel suo costume, testimoniandone la speranza e la voglia di riscatto.
E poi c’era Benvenuti.
Anche la sua era stata una storia difficile: nato a Isola d’Istria nel 1938, profugo istriano rifugiato a Trieste (la politica persecutoria dal presidente jugoslavo Tito ai danni della popolazione italiana, culminata nel dramma dei massacri delle foibe, spinse nel dopoguerra la massima parte della popolazione locale di etnia italiana ad abbandonare l’Istria, dando vita all’esodo giuliano dalmata), fatti che lo segnarono profondamente e influenzarono anche le sue scelte politiche – fu sempre un simpatizzante della destra, candidandosi con l’Msi anche in piena attività -, crebbe in una famiglia umile, iniziando a dare i primi pugni, come tanti altri, all’avversario, ma forse e ancor più alla vita.
A Roma 1960, in quell’Olimpiade magica che dimostrò al mondo che sì, anche noi italiani potevamo essere capaci e affidabili in qualcosa – grazie a quell’organizzazione perfetta e geniale che ebbe il culmine nella scelta di far disputare l’evento più atteso, la Maratona, nella notte, tra ali di folla che applaudirono ammirate il trionfo sulla via Appia, a piedi nudi, del leggendario ma allora semisconosciuto etiope Abebe Bikila – Benvenuti sorprese tutti mandando a pancia all’aria i suoi avversari e aggiudicandosi l’oro dei welter.
Vinse anche, primo italiano, il premio come miglior pugile del torneo, tra tutte le categorie di peso: ci sarebbe riuscito 20 anni dopo a Mosca 1980 Patrizio Oliva, che oggi commosso alla Gazzetta dello Sport dice:
“Benvenuti è stato per l’Italia cioè che Alì è stato per il resto del mondo.
Un’icona italiana, non solo della boxe, un esempio per tutti”.
L’Italia in quel 1960 ha già ricominciato a correre, in tutti i sensi: Livio Berruti vince i 200 metri, un bianco, con gli occhiali alla Gino Paoli, e il libro dell’università ai blocchi di partenza.
Ora pare davvero tutto possibile, anche per noi: sono passati 15 anni appena dalla fine della guerra, ma sembra trascorsa una vita.
C’era anche Alì a quell’Olimpiade romana: l’americano si rivelò, dominando, quando ancora era per tutti soltanto Cassius Clay.
Ma è tra i professionisti che nasce il mito di Benvenuti, che torna a incrociare le Marche, dopo avervi preparato, a Porto Recanati (tanto da diventarne cittadino onorario), proprio i Giochi Olimpici: in uno dei suoi primi incontri da professionista a Senigallia batte Giuseppe Gentiletti, avversario di livello per un giovane di 24 anni professionista soltanto da uno (30 vittorie e 8 sconfitte).
Ma contro Benvenuti, benché sia ancora il giovane Benvenuti, non ce ne è.
E’ l’agosto 1962.
Sta per iniziare la leggenda: Milano, 18 giugno 1965, stadio di San Siro, 45.000 spettatori: Benvenuti è campione del mondo dei superwelter battendo l’eterno rivale Sandro Mazzinghi, pugile dalle caratteristiche totalmente diverse, irruento, dalla tecnica meno raffinata ma dal cuore senza eguali, amatissimo dal pubblico.
La prima delle due sfide che creano una rivalità – di tifo, mediatica e personale – sopita solamente molti anni dopo, con la definitiva riconciliazione tra due pugili e personalità completamente diverse, ma allo stesso modo due giganti di quell’Italia che tentava di ripartire.
Benvenuti, poco dopo la conquista del Mondiale, è di nuovo a Senigallia, allo stadio: nell’agosto 1965, davanti al solito straordinario colpo d’occhio che il Comunale sapeva offrire (in quegli anni anche sulla Spiaggia di Velluto, sede della antica Accademia Pugilistica il pugilato aveva un seguito oggi inimmaginabile), batte per infortunio il francese Daniel Leullier, campione francese.
Il 17 aprile 1967 al Madison Square Garden di New York inizia una trilogia – termine in voga in quegli anni in cui Sergio Leone nel cinema sta completando quella “del dollaro” – che segnerà la storia della boxe mondiale e del costume del nostro Paese: Benvenuti contro Griffith, che nel 1962, con i suoi pugni, aveva ucciso, purtroppo non metaforicamente, Benny Paret.
Emile Griffith fa paura, in sala 15.000 spettatori tra cui l’immenso Rocky Marciano, campione dei massimi ritiratosi da imbattuto con 49 vittorie in altrettanti incontri, 43 per ko.
Anche il leggendario pugile originario di Ripa Teatina ma americano, non può che applaudire la vittoria a sorpresa ai punti, allora sulle 15 riprese e non sulle le attuali 12, di Benvenuti.
Un italiano, biondo e bianco, che batte un americano negli Usa.
Pare follia, ma ma è solo l’inizio del Mito: il 29 settembre 1967, allo Shea Stadium, nel Queens, Griffith vince con verdetto non unanime e si prende la rivincita.
Serve la bella, che si tiene il 4 marzo 1968: il vento del cambiamento sta arrivando in Europa in quella calda, anche socialmente, primavera ma pure nella boxe la rivoluzione soffia forte.
La porta proprio Benvenuti, lui che, politicamente, era stato attaccato per il suo conservatorismo dai giornali di sinistra: ancora al Madison Square Garden di New York l’italiano d’Istria dopo 8 round equilibrati, fa partire il suo proverbiale gancio sinistro ed atterra il suo rivale.
E’ di nuovo campione del mondo dei medi.
La popolarità delle boxe in quel momento è senza precedenti, né raggiungerà mai più quei livelli: riempie gli stadi e fa affollare le masse davanti agli ancora pochi televisori presenti.
E’ notte in Italia, ma gli spettatori sono 16 milioni.
Nel primo incontro del 1967 la tv aveva acquistato i diritti, ma poi aveva dato forfait, si disse per “preservare il sonno degli italiani” e forse per impedire che non si presentassero al lavoro il giorno dopo, ma alla radio, nell’ascoltare la radiocronaca di Paolo Valenti, si sintonizzarono in milioni: precisamente 18, si stima, svegli alle 4 di notte per Nino.
Sarebbe stato Carlos Monzon, il terribile argentino dalla vita poi sregolata e tragica, per sè stesso e per chi gli stava vicino con la condanna per l’omicidio della compagna, a far terminare la carriera di Benvenuti, a cui, da sfavorito, inflisse due durissime sconfitte a Roma nel 1970 e a Montecarlo, davanti ad un vero parterre de roi, nel 1971.
Benvenuti capì che non ce ne era più, a 33 anni appese i guantoni alla parete e, a differenza di altri, evitò patetici rientri.
Con la sua umanità e generosità, sarebbe rimasto vicino a Monzon nei momenti di difficoltà e anche a Griffith, quando questo ammise la sua omosessualità, un coming out coraggioso e insolito nello sport del tempo.
Pur essendosi dati tante botte, o forse proprio per questo, nella boxe accade spesso: forse perché è davvero un’arte nobile più di quello che si crede.
Sul ring, d’altronde, non si può mentire.
Ma nonostante quel feroce destro di Monzon, Nino, l’italiano d’Istria che dai primi incontri da adolescente, al trionfo di Roma, ai successi a Senigallia – dove sarebbe tornato in varie occasioni anche dopo il ritiro – da neoprofessionista prima e da campione del mondo poi, nel Mito, c’era già, c’è ancora e ci sarà per sempre, come tutti coloro che, con la forza d’animo, prima che di un pugno, hanno contribuito dopo un momento drammatico per il nostro Paese, a farci sentire più uniti e migliori.
Nella foto, tratta dal libro di Pizzi, Millozzi, Sport e sportivi nella Senigallia del ‘900, Benvenuti con l’allora sindaco di Senigallia Orciari dopo aver battuto Leullier allo stadio nel 1966.
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