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Calcio

JESI / Roberto Mancini: un’estate italiana, cicloni e anticicloni

Sulle dimissioni del Ct ed il cicaleggio da ombrellone. L’auspicio è che il nuovo selezionatore sia messo nelle condizioni di lavorare bene sin da subito

di Attilio Carducci

JESI, 14 agosto 2023 – Se ancora c’erano dubbi sugli effetti nefasti del cambiamento climatico, ora ne abbiamo una prova incontrovertibile.

Sulla nostra estate italiana si è abbattuto il ciclone delle dimissioni da CT di Roberto Mancini. La cosa ha sorpreso molti, quasi tutti: da illustri addetti ai lavori all’ultimo vicino di ombrellone.

Dopo la sorpresa iniziale, si è scatenata la ridda di sfoghi e reazioni, più o meno significative, alcune delle quali alquanto scomposte e plateali.

C’è chi si strappa le vesti gridando al tradimento nazionale per la scelta del momento (a ridosso delle convocazioni per le qualificazioni ad Euro 2024), c’è chi avrebbe voluto che Mancini se ne andasse da mesi. Addirittura ci sono i soliti “geni incompresi” (categoria assai diffusa nel Paese, che meriterebbe quantomeno un riconoscimento sindacale) che già si affrettano a stigmatizzare la vittoria ad Euro 2021 e la lunga serie di record, riducendoli a semplice “fortuna”, enfatizzando però i demeriti di Mancini per la mancata qualificazione al Mondiale Qatariota.

Ah, benedetta coerenza!

Da italiano, da sportivo appassionato di calcio – se non fosse per l’alibi del cambiamento climatico – voglio confessare la nostra italica anti cultura sportiva. L’argomento calcio per noi italiani basta per asservire le persone più ragionevoli ed evolute ai più bassi istinti umani. Ecco che allora non stupisce leggere o ascoltare i “grugniti” di taluni esperti, non sorprende più neanche vederli schiumare dalla bocca quando pronunciano il nome di Roberto Mancini.

In queste righe vorrei rimettere qualche punto al proprio posto. E quindi inizierei dal tema centrale, ovvero il tempismo delle dimissioni.

A dir la verità, dovremmo essere grati perché questa scelta ci distoglie almeno un po’ dal recente tormentone della “festa del cornuto” nella Torino che conta. Parlando seriamente, si tratta senz’altro dell’aspetto più discutibile di questa scelta. Per affrontare serenamente questo aspetto, bisogna però non lasciare in secondo piano la sostanza, ovvero le dimissioni stesse.

I soliti “bene informati” (altra categoria affine ai “geni incompresi”) vorrebbero ridurre la scelta di Mancini ad una questione di soldi, viste le voci che lo vorrebbero in trattativa con la Federazione Saudita. Ora, ammessa la veridicità di questa trattativa multi milionaria che non mi sorprenderebbe affatto, chi blatera di “tradimento” non sa. Non sa o ha dimenticato (o finge di dimenticare) che Roberto Mancini nel 2018 ha rinunciato ad un contratto di 40 milioni di euro per venire ad allenare la Nazionale Italiana quando tutti ne giravano alla larga.

A chi accusa Mancini di essere un “traditore mercenario” consiglio prima di mangiarsi 40 milioni di semi di zucca (volgarmente chiamate becche), che potrebbero giovare all’onestà intellettuale. Il mio sospetto in realtà è un altro e risiede in un diffuso vizio italico, quello dell’invidia.

Non vorrei generalizzare, ma ho notato che di solito chi vuole cacciare qualcuno (è una dinamica valida per il calcio e per altro) in realtà non può accettare che questi possa pure guadagnarci. Questa cosa, signori cari, ha un nome preciso: si chiama invidia, in molti casi prodotto del rancore represso. Dunque la questione discutibile resta il tempismo della scelta. Si rimproverebbe cioè a Mancini uno scarso attaccamento alla Nazionale, poiché tale scelta comprometterebbe la competitività della nostra Nazionale nelle prossime partite di qualificazione ad Euro 2024.

Non si può ignorare che solo pochi giorni prima Mancini aveva ottenuto maggiori poteri, con il ruolo di coordinatore delle 3 Nazionali maggiori, una novità assoluta nella storia della FIGC. E allora come si spiegano le dimissioni? E perché oggi? La risposta a questa domanda non spetta a noi. Ci penserà Mancini stesso al tempo opportuno a spiegare tutto nel merito, tempistica compresa.

Noi sportivi italiani – oltre al rispetto che si dovrebbe sempre e comunque a tutti – dobbiamo solo gratitudine e riconoscenza a Mancini, che rappresenta uno dei massimi esponenti della storia del calcio italiano. Credo del resto che nessun altro possa vantare di aver militato in tutte le Nazionali (dall’Under 15 alla Maggiore) e poi allenato e vinto una competizione internazionale con gli azzurri.

Gli dobbiamo riconoscenza per aver voluto fortemente accettare la sfida di far rinascere la Nazionale, ricostruendo il senso di appartenenza alla maglia dopo anni di disamoramento generale. Gli dobbiamo da sportivi gratitudine e riconoscenza per aver trasformato quella che era una sua personale “visione” in una splendida realtà. Per averci fatto vivere da sportivi e da italiani una meravigliosa favola.

“Visionario”, “irresponsabile”, questo gli si diceva quando faceva esordire Zaniolo ed altri. “Illuso” gli si diceva quando diceva di andare in Inghilterra per vincere.

Il calcio italiano gli deve riconoscenza per aver dato fiducia e valorizzato giovani sconosciuti, creando un circolo virtuoso per tutto il calcio italiano, oltre che vincente.

E già, perché mentre i selezionatori nel passato si lamentavano per il mancato utilizzo dei giovani da parte dei club, Mancini ha avuto il coraggio di affidarsi a quei giovani andandoli a scovare nelle giovanili.

Al posto della riconoscenza e gratitudine oggi molti gli rimproverano il tempismo inopportuno di queste dimissioni. Come se tutto il movimento calcistico italiano, le società, i giornalisti, i tifosi, noi sportivi, tenessimo veramente al bene della nostra Nazionale. Come se qualcuno fosse disposto a muovere un dito per il bene della Nazionale.

Si può esser certi che se si fosse dimesso – che so – tra uno o due mesi, gli avrebbero rimproverato di non averlo fatto prima.

Eppure oggi basterebbe poco da parte nostra: come prima cosa augurarci che il nuovo selezionatore sia all’altezza e che sia messo nelle condizioni di lavorare bene. E poi far tesoro nella sostanza dell’insegnamento di fondo, l’orgoglio azzurro, il coraggio e la
mentalità che Mancini ha portato nella sua gestione, affinché non si disperda, ma diventi una base di partenza su cui continuare a costruire.

In ultimo, non sarebbe male augurare tutto il meglio (io lo faccio con convinzione ed orgoglio) a Mancini per la vita e per la carriera futura, che porta lustro all’Italia nel mondo.

Ed infine la serenità per continuare a vedere ed illuminare autostrade dove gli altri vedono solo sentieri bui e tortuosi.

©riproduzione riservata

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