Fioretto
JESI / Club scherma, quando tutto iniziò con il titolo italiano di Luigi Lenti
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Vallesina TV
Era il 1966, medaglia d’oro a Roma nel campionato italiano Allievi. La scherma jesina era guidata dal presidente Lamberto Magini e dal maestro Ezio Triccoli
Jesi, 6 aprile 2023 – Forse non tutti sanno che la prima medaglia d’oro che conta qualcosa, ad esempio un titolo italiano, per i colori del club scherma Jesi, fu vinta da un atleta di sesso maschile: Luigi Lenti.
Dopo di lui, oltre a tante campionesse di cui il club, Jesi e l‘Italia si vanta, ci sono stati, nel maschile, anche Antonio Novelli e Stefano Cerioni. Oltre, ai giorni d’oggi, le vittorie di Tommaso Marini che tuttavia è nato fioretista nel club di via Solazzi, si allena a Jesi ma non è di Jesi.
L’attività schermistica a Jesi iniziò nei primi mesi del 1947, tenuta a battesimo in un Circolo studentesco in via Amici. Ad introdurre questo sport ed a portarlo ai più alti vertici del mondo furono il maestro Lamberto Magini, presidente, e Ezio Triccoli, quest’ultimo appena rientrato in Italia alla fine della guerra dai campi di concentramento in Sudafrica. Dopo via Amici, il Comune di Jesi mise a disposizione la palestra dell’Isolato Carducci. Nel 1958 il sodalizio trovò accoglienza in via Pergolesi, nei locali delle Acli, di cui assunse anche il nome. E cominciarono ad arrivare i primi successi.
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Ma chi è Luigi Lenti? Lenti era un giovane, nato a Jesi, il padre all’epoca era direttore del Cascamificio. Un giovane come tanti altri che oltre a giocare a pallone lungo le strade, come si faceva una volta, era stato indirizzato presso la palestra di via Pergolesi e consegnato agli insegnamenti del maestro Triccoli.
“L’approccio verso lo sport in quel periodo – ci dice Lenti – era il calcio. Da giovane giocavamo avanti casa, nell’occasione nel piazzale in breccia davanti l’ingresso principale del campo boario: vicino c’era un lavatoio e la chiesa di San Savino. Le porte si facevano con i mattoni o con le maglie che indossavamo e che ci toglievamo perché si sudava. Ricordo che i miei compagni di pallone, oltre a te, erano Sauro Mancini, Elvio Barchiesi, Elvio e Liviano Mazzarini, Sergio Tomassoni, Mauro Barboni, Mario Bendia, Attilio Coltorti che ricordo lo chiamavamo l‘americano, Stefano Gasparetti ed altri che adesso non ricordo il nome”.
Poi la scherma?
“Quando iniziai eravamo 10, 15 giovani: ricordo i fratelli Novelli; l’ing. Roberto Renzi, fino a poco tempo fa assessore in Comune; il figlio del dott. Pellegrini primario in ospedale e pochi altri. Le lezioni erano particolari ed oggi non sono più le stesse. All’epoca, prima di fare il primo assalto, ci si allenava oltre un anno con tante lezioni, come ad esempio quando impari a suonare il pianoforte. Mentre nel calcio era ed è naturale avere un pallone e calciare e poi sei indirizzato. Nel fioretto eravamo neofiti, tante lezioni ed anche qualche frustata sulle gambe perché il maestro Triccoli cercava di correggerti se non stavi correttamente in guardia. Ora questi principi sono venuti meno, si guarda più all’assalto e alla strategia, più che alla eleganza dei movimenti”.
E vennero le prime gare?
“All’epoca si faceva scherma nella palestra in via Pergolesi prestata dal patronato Acli. Ho iniziato li, posto angusto dove gli spogliatoi erano i camerini dove si spogliavano gli attori quando il locale veniva adibito a teatrino. Si gareggiava con altri club delle Marche, come ad esempio Pesaro e Fabriano. Il primo campionato italiano nel 1964 a Napoli, ero un ragazzino di 12 anni; nel 1965 quello a Milano, andai in finale ad otto ed arrivai ottavo. L’anno successivo vinsi a Roma il campionato italiano, grande soddisfazione”.
L’anno successivo l’addio a Jesi per seguire la famiglia costretta a trasferirsi per motivi di lavoro?
“Nel 1967 ci siamo trasferiti a Tarcento vicino Udine. Dalla piccola città alla grande città l’impatto per un giovanissimo di allora non fu proprio dei più felici. Racconto un aneddoto che mi è rimasto impresso. A Jesi non avevo mai visto una persona ubriaca. Ad Udine, dove andavo a scuola partendo da Tarcento con il pullman, vedevo la gente la mattina alle 7 in bici che barcollava ubriaca. Poi via via mi sono ben ambientato. Ho subito frequentato la locale scuola scherma. Compatibilmente con le ragioni della scuola ho continuato ad allenarmi ed ho vinto un altro campionato italiano. Per me era un divertimento, mai interpretato come un impegno. La mia giornata, tuttavia, era pesante. Partivo al mattino presto da Tarcento, mi fermavo a Udine, uscivo di scuola ed andavo in palestra per poi ritornare a casa la sera. Per lo studio, sveglia alle 4 del mattino. Era una situazione complessa. Ho avuto l’opportunità di vincere un altro titolo nazionale e questa è stata la soddisfazione”.
Venne anche il periodo del servizio militare?
“Ho fatto il militare nell’Aeronautica, come atleta, ed anche qui sono salito sul podio arrivando secondo ai campionati militari. Quando allora eri un atleta di interesse nazionale i corpi militari facevano a gara per prenderti. La prima arma che mi voleva era quella dei Carabinieri. C’era un problema: dovevi indossare la divisa e fare i turni. La cosa non mi entusiasmava. L’Aereonautica, invece, mi lasciava più libero. Ho vissuto in una pensione a Roma, vestito in borghese. Andavo agli allenamenti di mattino e nel pomeriggio, libero, sempre in giro per Roma. Conosco la capitale benissimo. Non avevo un soldo ma tanta capacità fisica e dunque giravo per Roma a piedi, che poi è la cosa migliore per conoscerla bene. Un anno, insomma, da turista, tutto spesato”.
Dopo il militare di nuovo a Tarcento?
“Dove mi sono diplomato e subito ho iniziato a lavorare con soddisfazioni: dirigente d’azienda a 34 anni, direttore generale per una multinazionale. Mi sono trasferito a Piacenza. Ho, all’inizio, frequentato il club scherma locale, ma piano piano ho allentato: andavo solo per tenermi in forma. All’epoca feci una scelta ben precisa che mi ha dato soddisfazioni personali costruendomi un futuro. La scherma, al di là delle soddisfazioni morali, non dava praticamente nulla. Quando ho vinto i campionati italiani mi hanno dato due coppe e due medaglie d’oro. Non c’era visibilità come c’è oggi”.
Che legame hai ancora con Jesi?
“Molto forte. Quando uno nasce in un posto ci sono legami sempre forti. Ritorno spesso dalle vostre parti anche perché ho i genitori al Cimitero di Jesi. Jesi è una bella cittadina. Se la vivi dentro certe cose neanche te ne accorci, dall’esterno l’occhio è più disponibile e vedi alcune cose in maniera diversa, bellissima”.
Jesi, grazie anche a Lenti, è ora la capitale del mondo della scherma?
“Sono aggiornato di quello che succede leggendo i vostri articoli. Quando ero a Jesi la Jesina calcio giocava in serie C. Quando ho iniziato la scherma mi confrontavo con ragazzi che venivano da città metropolitane e quando mi incrociavano e leggevano nella divisa il nome Jesi mi chiedevano: da dove venite? Oggi, con molto orgoglio, penso che Jesi è conosciuta. Ho tre nipotini piccoli a Monza e sono andato in palestra a verificare la loro attività e mi dicono: sei di Jesi? Capperi! Penso che la mia prima medaglia di campione italiano del 1966 aprì un po’ le porte alla città perché grazie al presidente di allora Magini riuscì ad ottenere finanziamenti importanti dal presidente nazionale Fis Nostini per aprire la palestra della scherma in maniera indipendente. Poi ci pensò Triccoli a costruire tutti quei campioni che hanno in seguito ottenuto splendidi risultati. Jesi, una città di provincia, seppur onorabilissima, non avrebbe mai avuto questa pubblicità ed evidenza se non ci fosse stata quella opportunità. Ora, il tutto, è un patrimonio da tutelare. Questa fama che si è costruita, questo abito che indossa, non bisogna disperderlo: la scherma ha dato e da visibilità”.
Lenti fa il tifo per Jesi?
“Ho radici ben impresse in questo terreno, il richiamo da dove sei nato è fortissimo, sempre. Tutte le volte che sento in tv il nome di Jesi mi allieta, ti senti sollevato. Tanto più forte è questo sentimento tanto è maggiore la distanza: quando ci sei dentro non ci fai caso, quando sei fuori lo avverti”.
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