Nel 1994, 30 anni fa, uno dei più grandi tennisti della storia per la prima e unica volta in città ma non per giocare, bensì per cantare (così così) e suonare i classici del rock
SENIGALLIA, 18 Gennaio 2024 – “John McEnroe è in Italia, ma non per imbracciare una racchetta, bensì una chitarra. Poca voce ma tanta passione.
SuperMac per il tennis è perso per sempre?”.
E’ il 1994, estate di 30 anni fa.
Uno dei più grandi campioni della storia del tennis, esempio di genio e sgregolatezza come pochi, è in Italia, ma non per giocare, bensì per fare concerti.
Trentacinquenne, McEnroe non si è ancora completamente ritirato ma il tennis ormai non è più la sua attività principale da quando un paio di anni prima ha vinto la sua quinta e ultima Coppa Davis: inevitabile la curiosità di tanti nel vedere il campionissimo statunitense – vincitore di 17 titoli del Grande Slam e 5 Coppa Davis – al centro dell’attenzione stavolta non di uno stadio ma di un palco.
E, incredbilmente, McEnroe arriva anche a Senigallia: la Spiaggia di Velluto per anni, tra i 60′ e i 70′, ha ospitato un importante torneo internazionale, dove hanno giocato e vinto tra gli altri Nicola Pietrangeli, Ion Tiriac, Ilie Nastase e Adriano Panatta.
E Sergio Palmieri, che di McEnroe è manager.
Il capitolo di Senigallia, in una ideale storia del tennis, non è irrilevante grazie a quel Trofeo D’Argento che per anni fa straboccare di pubblico i gloriosi campi da tennis del Ponterosso ma SuperMac nelle Marche per giocare non si è mai visto.
E invece tra la sorpresa generale SuperMac, nel pieno dell’estate, arriva proprio a Senigallia: stavolta però palline gialle e terra rossa nulla c’entrano, mentre la stampa si chiede tra l’incuriosito e il perplesso:
“non si sa davvero cosa gli sia passato per la testa.
Lui, uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi, abituato a folle osannanti, in giro per l’Italia in piccoli locali con la sua band, la Mac, chiedendo di essere giudicato per quello che fa sul palco oggi, non per quello che faceva ieri a Wimbledon.
No tennis tonight, only music, le sue parole mentre sale sui piccoli palchi di periferia”.
Chissa se è genuina passione, o lo sfizio di un miliardario annoiato, fatto sta che il grande John si presenta al giardino del Bravo, luogo ormai perso nella memoria degli stessi senigalliesi, dopo aver suonato a Riccione, Santa Margherita Ligure, Firenze e Forte dei Marmi.
Ad accoglierlo “di gente ubriacata di mitologia ce ne è tanta. Prima del concerto, quando si è sparsa la voce che stava provando in una saletta di Palazzo Augusti che ospita la rassegna del Bravo una folla di fans si è radunata dietro la porta, assolutamente invalicabile”, scrive la stampa (nelle foto il Corriere Adriatico di allora con gli articoli di Roberto Paradisi e Gianluca Fenucci).
Gli appassionati, di tennis, più che di musica, lo amano, ma non sembrano concedergli troppa fiducia nella nuova veste, anche per qualche stonatura di cui non si può proprio fare finta di non accorgersi.
Jeans e camicia a quadri, richieste da star consumata quale tenere lontani i giornalisti come quando sui campi da tennis in mondovisione scandalizzava i puristi prendendosela platealmente con giudici, avversari e pubblico, con quel suo stile un po’ scontroso e imprevedibile, non di rado irascibile ed ingestibile, John compare davvero in una lontana estate senigalliese.
Ma McEnroe resta SuperMac, e tanto basta, dentro il campo da tennis o su un palco: sono sufficienti un paio di cover di Jimi Hendrix, di Chuck Berry (che curiosamente, molti anni dopo, in una sua rarissima visita in Italia, sarà davvero in concerto a Senigallia, ospite del Summer Jamboree) e di altri miti del rock – come Kurt Cobain, morto pochi mesi prima – lui che mito lo è non di meno, anche se in tutt’altro campo, per strappare applausi convinti.
La carriera musicale di The Genius, altro appellativo che ben contraddistingueva il campione del Queen’s di New York, figlio di un militare di origine irlandese, dopo quel concerto senigalliese non prese mai il volo, come prevedibile, rimanendo quello che era fin dall’inizio, una passione.
Ma pure il tennis giocato non tornò che saltuariamente al centro degli interessi del campione, con la partecipazione nel doppio misto in coppia con Steffi Graf a Wimbledon nel 1999, ormai quarantenne, e soprattutto con la clamorosa vittoria a San Josè nel 2006, a 47 anni, ancora in doppio, stavolta con lo svedese Bjorkman: il torneo numero 79 vinto in carriera che vale il record di quattro decenni consecutivi con almeno un torneo nel palmares per il campione a stelle e strisce.
Poi McEnroe sarà soprattutto allenatore di giocatori e capitano di Coppa Davis, nonché apprezzato commentatore, diretto come quando giocava, ma finalmente più rasserenato e ironico.
La sua autobiografia di qualche anno fa diventa presto un bestseller, mentre uno splendido film racconterà la sua epica rivalità con Bjorn Borg culminata nella “miglior partita della storia” – uno dei momenti più iconici della storia dello sport – a Wimbledon 1980.
Tutto questo, però, in quella serata di agosto 1994 a Senigallia, è ancora lontano.
Per i senigalliesi che accorrono curiosi a Palazzo Augusti, John McEnroe è ancora l’eroe del tennis che prova a incendiare il pubblico non con la solita racchetta ma con una chitarra suonata con competenza, ma in maniera un po’ scolastica.
Ma in fondo va bene lo stesso, perché da una racchetta Dunlop a una chitarra Gibson il mancino di John McEnroe, SuperMac, The Genius, nell’immaginazione di chi assiste suscita la stessa magia, allora come oggi, nel ricordo di chi c’era.
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