Indimenticabile il primo gol con la maglia leoncella al Carotti. Oggi è responsabile del settore giovanile del Loreto. Con Roberto Mancini non ha mai avuto un rapporto se non nell’ambito sportivo
JESI, 29 dicembre 2023 – A cavallo tra la fine degli anni ’80 e la prima metà dei ’90, emerge fra Jesi e Ancona un giovane attaccante toscano, classe 1970.
Si chiama Mauro Bertarelli ed è figlio d’arte, il padre Giuliano giocava in serie A nel Cesena, nella Fiorentina.

Mauro Bertarelli con i suoi amici jesini tra i quali Marco cerioni, Pietro Recchi, Leonardo Giaccaglia, Roberto Pace
Aretino di nascita ma jesino d’adozione, sportivamente di conseguenza il giovanissimo Mauro compie i primi passi nel mondo del pallone partendo proprio dalla città dei castelli.
Prima di prendere definitivamente il volo decollando verso l’élite del calcio. Centravanti archetipo di quel che oggi definiamo moderno, agile, tecnico ed abile sotto porta, le pagine migliori della propria storia le scrive probabilmente con l’Ancona. Mostrando, negli anni dell’estasi biancorossa valevoli il primo storico accesso a quella che poi fu la Serie A 1992-1993, talento da vendere.
A tal punto che ad accorgersi di lui, dopo una stagione di serie B a dir poco magica con i dorici, è la Juventus che lo fa suo prima di girarlo alla Sampdoria. Gullit, Platt, Vierchowod, Mancini. Inizialmente il salto non risulta semplicissimo. Visti i nomi di quella Samp, anche lecitamente…
Poi quando Mauro sembra esser propenso ad affermarsi, nel 1994 uno scontro di gioco durante una gara di Coppa delle Coppe lo condanna ad un infortunio al ginocchio molto grave anche per i canoni del calcio d’oggi, figuriamoci per quelli di quell’epoca.
Probabilmente non sarà più lo stesso. Almeno a livello di calcio giocato. Perché come sta dimostrando nella sua seconda vita legata al mondo del calcio, fuori dal campo, la passione è rimasta a tal punto da volerla manifestare trasferendola verso quei giovani che, come faceva lui, sognano con un pallone tra i piedi.
Mauro oggi è il responsabile del settore giovanile del Loreto, dopo aver collaborato sempre al servizio dei ragazzi, per altre società del panorama marchigiano. Ancona, Jesi, Academy Civitanovese.
Benvenuto Mauro. E buone feste innanzitutto. Partendo dalle origini, come finisti a dover dare i primi calci al pallone proprio a Jesi?
Fu l’insieme di diverse dinamiche legate ovviamente alla mia famiglia. Al tempo avevo all’incirca 8-9 anni e seguii mio padre, calciatore da queste parti e quindi volenteroso di stabilirsi nella città natale di mia mamma. Ho iniziato a giocare con l’Aurora Jesi prima di passare nelle giovanili della Jesina.
Un ricordo degli anni passati in terra esina?
Impossibile non citare il mio primo gol in C2 al Carotti. Una sensazione speciale, perché a sedici anni, giovanissimo, siglai la prima rete in un campionato professionistico nella stagione 1987-88. L’anno dopo mi acquistò l’Ancona, dove partii dalla primavera.
Poi Rimini e quel salto in serie B all’Ancona. Come si viveva da professionisti?
Professionista lo sono diventato un’po’ dopo se vogliamo, nonostante qualcosa avessi già masticato prima di trasferirmi nel capoluogo, avendo anche segnato memorabilmente in giovane età come dicevo prima. All’Ancona giocai un campionato in primavera prima di esser girato in prestito al Rimini e calcare nuovamente i campi dell’allora C2. Da qui in poi ho cominciato a far sul serio. Una vita molto legata alla routine degli allenamenti settimanali e dei ritiri. Ho sempre vissuto in maniera tranquilla così da focalizzarmi alla gara del fine settimana. Anche questo valse il successivo rientro nelle Marche, per quella grande occasione che poi rappresentarono quei due campionati di Serie B giocati in biancorosso, per me e per tutta la città.
Da Ancona a Genova. Dove si stava più ‘al caldo’ in quegli anni, al Dorico o al Marassi?
Beh, erano due stadi molto infuocati e con il supporto del pubblico strettamente a contatto con noi in campo. Risposta difficile, quindi. Il ‘Ferraris’ ovviamente potendo contare su un numero più elevato di tifosi ti trasferiva molto, ma l’atmosfera che si respirava ogni domenica in quel gremitissimo ‘Dorico’ non era molto inferiore. Soprattutto nella stagione della cavalcata del ’92 che ci portò in Serie A.
Nelle stagioni con la Samp ha condiviso lo spogliatoio con tante leggende. Chi è stato il compagno più forte? Mentre l’avversario?
Sicuramente in quella squadra non mancava il talento. Tra i compagni avevo Mihajlovic, Lombardo, Platt, Pagliuca e compagna bella, bellissima. Una vera fortuna aver potuto condividere delle esperienze con questi giocatori. Se devo pensare al più forte, mi viene in mente ovviamente Gullit. Per quanto riguarda l’avversario, anche se non era propriamente un avversario visto che ci giocavo contro nelle partitelle d’allenamento settimanali, dico Pietro Vierchowod.
Una di queste è Mancini, con la quale avete condiviso il punto di partenza. Lei cosa ha pensato del suo addio alla nazionale? Avete mantenuto i rapporti al di fuori dello spogliatoio negli anni?
Non ho avuto grande rapporto con lui, si limitava all’ambito sportivo\professionale. Al di fuori del campo poco più tant’è vero che quando le mie strade e quelle della Samp si divisero non ci sentimmo neanche più. La scelta della nazionale vista da fuori è un’po’ difficile da digerire, non è difficile arrivare alla conclusione che allenare la nazionale italiana sia differente rispetto all’allenare quella saudita. Poi, quanto accaduto internamente al contesto non è dato saperlo, se ne sono sentite di tutti i colori e anche partendo da queste avrà avuto le sue motivazioni...
Da anni ormai lavora al servizio dei giovani. Quando le è venuta in mente l’idea di dedicarsi a questi?
Appena ho lasciato, ormai venticinque anni fa. Dopo aver smesso ho sempre lavorato nei settori giovanili dedicandomi subito alla causa perché nei giovani vedo quella possibilità di imparare e divertirsi genuinamente. Cosa che alle volte, tra adulti, manca un po’. La spinta nell’intraprendere questa strada me l’ha spianata scuramente il mio carattere, vedere i ragazzini sognare mi diverte e rimanda al passato.
Oggi cosa trasferisce Bertarelli alla società loretana?
Quella con il Loreto è una collaborazione che portiamo avanti ormai da cinque anni. La nostra è una bella società, piccola nei numeri ma molto ben organizzata. Io contribuisco direttamente allenando le squadre dei più piccoli, oltre che essere il responsabile del settore giovanile. La volontà è quella di trasferire a piccole dosi quel sentore di professionismo, sia tra i ragazzini sia tra genitori e società, che poi potenzialmente permetterebbe l’emergere di qualche giocatorino.
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