Con settembre alle porte, riprendono il via anche le varie attività sportive. Come può un ragazzo affrontare al meglio una nuova stagione e assicurarsi un sano ed equilibrato sviluppo atletico e allo stesso tempo tutelare il periodo benessere mentale?

CHIARAVALLE, 28 agosto 2025 – Con l’inizio della nuova stagione, la macchina dello sport si rimette in gioco.
Piccoli atleti pronti a rimettersi in gioco tra nuove sfide e voglia di confrontarsi, magari stringendo pure nuove amicizie.
Massimo Pistoni docente formatore, storico preparatore atletico e scrittore specializzato nelle dinamiche psicofisiche dello sviluppo dei ragazzi, condivide in vista dell’avvio delle attività sportive, qualche interessante spunto di riflessione circa lo sviluppo odierno dei giovani atleti e il ruolo chiave dei genitori e non solo. Una trattazione onesta e senza filtri, dove tra luci e ombre, Pistoni espone senza indugio ad un meccanismo di tipo mentale che potrebbe facilmente insinuarsi, sopratutto tra le figure di riferimento dei più piccoli e che potrebbero inconsciamente sovraccaricarne il carico emotivo. Ma lasciamo che sia il diretto interessato ad esporre la trattazione.
“Più vado avanti, più mi accorgo, in certe circostanze, di quanto aumenti la distanza tra i genitori e i figli. Sembra proprio che i primi scelgano arbitrariamente per i piccoli: la sensazione è quella che gli adulti utilizzino la prole, per riscattare chissà quali insuccessi accumulati nel periodo adolescenziale – ponendo l’accento sull’origine del problema – È come se cercassero una sorta di rivincita per esorcizzare un senso di vuoto che, molto probabilmente, si portano dietro dall’età dello sviluppo e che non sono stati più capaci di colmare, utilizzando i figli a servizio di una rivalsa personale, di una compensazione di un danno subito affinché il destino possa regalare l’incompiuto appagamento”.
Non manca un riferimento ad un movente legato anche all’orgoglio e ad eventuali introiti: “Chi vorrebbe un figlio campione, osannato, amato e riconosciuto dal pubblico, ben voluto dalla gente, un vero “V.I.P.”: chi non sogna un figlio ricco, si ricco, perché il mondo dello sport paga bene i campioni? Basti pensare che la nostra nazione alle ultime olimpiadi ha donato centoottantamila euro ai vincitori e l’esatta metà per chi ha conquistato la medaglia d’argento. Anche il terzo posto non era poi così male con i suoi quarantacinquemila euro. Ma di cosa vogliamo parlare, del resto il bel paese è famoso per gli ingaggi faraonici nel mondo del calcio e per gli stipendi spropositati di tante altre discipline sportive, ben più elevati delle ricompense olimpioniche”.
Pistoni pone l’accento anche sul sistema che circonda il mondo dello sport: “Quando subentrano importi del genere però lo sport c’entra ben poco, possiamo parlare di mercato, di commercio, di industria, ma non di sport. Quando parliamo di cifre del genere è chiaro che dietro esiste un traffico gestito dagli sponsor, che vendono un prodotto, un brand. Gli sponsor cercano l’autenticità nella promozione, qualcosa che faccia parlare dell’azienda. Si cerca dunque la novità, la notizia, la scoperta che faccia sussultare. E quale argomento è più spendibile del giovane talento? Il bambino portentoso che si distingua tra i grandi atleti, che diventi l’alfiere indiscusso del marchio attaccato sulla maglia o chissà dove. Non stupiamoci dunque se alle olimpiadi partecipano atleti quattordicenni e con maggior frequenza riceviamo notizie di enfant prodige nello sport. Basta accedere ad un qualsiasi social per leggere di imprese sportive precoci, di campionati mondiali, di gare internazionali e di miglioramenti di record nelle categorie giovanili. Spiegatemi voi cosa ce ne facciamo di un campione del mondo pseudo adolescente, di un recordman imberbe, che a forza di allenarsi ha perso gli anni più belli della sua vita, l’infanzia e la spensieratezza di certi momenti irrecuperabili per donarli fiducioso ai suoi tutori? Sarà lui a crescere e conquistare il vertice delle classifiche da adulto, o sarà uno dei tantissimi ragazzi spremuti e sfruttati prematuramente per soddisfare l’ingordigia dei suoi aguzzini? Sarà uno dei pochi che raggiungeranno la vittoria nelle classifiche di alto rango o farà parte della miriade di ragazzini che abbandoneranno anticipatamente lo sport perché stanchi e delusi? Lo squallore di tutta la storia è che vogliono farcela passare come situazione normale: bisogna allenarsi altrimenti si perde il potenziale e il bambino rimane indietro. Oppure, dobbiamo passarlo al livello superiore, perché dimostra di essere portato, specializzarlo per andare avanti”. E continua: “C’è chi gode tra gli operatori sportivi nel riempirsi la bocca con parole eccessive, cariche di enfasi e rilievo, parole come campione, talento, fenomeno. La tristezza è che tanti genitori cadono nel tranello dell’aspettativa, immaginando e trasmettendo ai figli la speranza di risultati che nella maggior parte dei casi non arriveranno mai. Il concetto di aspettativa è ingannevole, raramente si manifesta come fatto vantaggioso, come ricompensa a lungo desiderata – arrivando al fattore clou della trattazione – nella maggior parte dei casi, la risultante è diametralmente opposta, costituita di genitori insoddisfatti e delusi, condizione questa che procura non poche ripercussioni nella psiche dei ragazzi. Eviterei molto volentieri, di riportare la parola “frustrazione”, ma purtroppo è la condizione che i giovani patiscono silenziosamente ed è direttamente proporzionale al drop-out cui annualmente assistiamo: l’Italia subisce la preoccupante percentuale tra il 30%-40% dell’abbandono sportivo annuo nella fascia di età compresa tra i 13 e 14 anni. “Eppure si divertiva quando giocava!”, “Aveva un sacco di amici!”, “Sembrava che andasse ad allenarsi volentieri!”. I figli subiscono il peso della responsabilità, delle aspettative generate dalla società, dagli allenatori, soprattutto dai genitori. Sentono il fiato sul collo, gli occhi addosso. Certo, si divertono se vincono, se giocano bene, quando l’attenzione nei loro confronti è positiva, ma vi siete mai chiesti cosa pensano e cosa sentono quando la prestazione non risponde alle esigenze di chi sovraintende l’attività? Dove arriva il divertimento sereno, puro, spensierato e quando origina la sensazione dell’obbligo, del vincolo, del dovere per non deludere gli altri? Lasciate che i bambini facciano i bambini, che giochino e godano della fanciullezza priva di incombenze e di responsabilità”.
Per concludere, Pistoni lancia una sentita esortazione a genitori e agli addetti ai lavori: “Il gioco spontaneo e il movimento libero, sono le due attività con le quali i più giovani costruiscono gli schemi motori divertendosi e sviluppando le capacità di relazione interpersonale. Nessuna specializzazione agonistica dunque, nessuna attività che monopolizza solamente alcuni movimenti. Se il talento c’è, verrà fuori senza imposizioni preconizzanti e obbligatorie”.
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