Calcio / Italia, il coraggio e la competenza di Roberto Mancini

Così la pensa Guido Angelozzi, e non solo, ex centrocampista leoncello nella stagione 1985-86 ora dirigente del Frosinone calcio

JESI, 15 giugno 2022 – Giovane è bello e coraggioso!

Bisogna però crederci in certe scelte e non far prevalere l’umore del momento o, come in casi come questi, l’andamento dei risultati. Passare dall’altare alla polvere nel giro di 48-72 ore è esercizio del mondo pallonaro, dei commenti da bar, sicuramente leggittimi perchè tutti hanno diritto di dire cosa pensa.

Guido Angelozzi dal sito del Frosinone calcio

Esiste però chi è chiamato a costruire, con intelligenza, il futuro!

Parliamo ovviamente di Roberto Mancini commissario tecnico, dell’Italia del calcio, di quello che gli azzurri hanno prodotto negli ultimi quindici giorni nelle varie partite disputate. Vogliamo anche riportare quello che abbiamo letto sulla pagina social ‘Il calcio latino’ che secondo noi spiega meglio di tutti l’attuale situazione: “Per esempio, se chiamasse il centravanti della Juve, come si chiama? Non è italiano? E non può giocare? E il centravanti della Roma o quello del Milan? Quello bravo dell’Inter? Nemmeno quello della Fiorentina o dell’Atalanta o del Bologna, del Napoli, del Cagliari, dell’Udinese? Ma se rientrasse Boninsegna? Ecco, telefoniamo subito a Boninsegna”.

Capire ed ammettere che il movimento calcistico italiano è purtroppo quello che in questo momento ci è davanti sarebbe il passo giusto verso una costruzione di un qualcosa che tutti, ma siamo certi di questo!!!, vogliono.

Chi oramai non è più giovane come noi si ricorda benissimo di Guido Angelozzi centrocampista con la maglia della Jesina nella stagione 1985-86 serie C2, allenatore prima Renato Zara e poi Bruno Piccioni, presidente Leopoldo Latini e direttore sportivo Ermanno Pieroni, quando la Jesina arrivò quarta in campionato alle spalle di Teramo, Martina Franca e Maceratese e disputò e, purtroppo perse, la finale nazionale di Coppa Italia contro il Virescit a Bergamo (1-1 a Jesi, 3-2 dopo i tempi supplementari allo stadio Atleti Azzurri d’Italia).

Perchè parliamo di Angelozzi? Classe 1955 ha giocato con le maglie di Catania, Paganese, Fano, Barletta, Jesina prima di iniziare la sua carriera da direttore sportivo ad Andria per poi passare alla Reggiana, Catania, Sambenedettese, Perugia e Lecce dove ha conquistato due promozioni in Serie A.

Di seguito, dopo altre esperienze, ha trascorso tre anni nel Sassuolo ed infine nel Frosinone dove tuttora è un dirigente di spicco ed affermato.

Parliamo di Angelozzi perchè di recente ha espresso una opinione sulla nazionale di calcio italiana che vale la pena riportare: “In questo momento l’unico coraggioso è Roberto Mancini che sta dimostrando di avere competenza e coraggio. Il resto delle società italiane, a parte il Sassuolo e qualche altra, sono poco coraggiose a mettere in campo giocatori giovani e ne risente la nazionale. Se tutti seguissimo questo esempio, fra qualche anno avremmo grandi risultati per l’Italia”

(e.s.)

©riproduzione riservata




JESI / Oggi l’ultimo saluto a Leopoldo Latini

Alla casa funeraria Santarelli visite sino a questa sera poi trasferimento a Fano per la cremazione e sepoltura al cimitero di Jesi, il ricordo di Claudio Latini ds della Asd Cupramontana 

JESI, 20 novembre 2020 – Continuano gli attestati di stima e l‘esternazione di ricordi per la figura dell’ex presidente della Jesina Calcio, e imprenditore nel ramo delle cucine componibili, Leopoldo Latini, deceduto lunedì scorso all’età di 88 anni.

continua…




JESI / Tributo del popolo sportivo leoncello a ‘Leopo’

Striscione nei pressi dello stadio Carotti a Leopoldo Latini: “A Leopo’ te volemo be’”. Stesso slogan di Cattolica del 3 giugno 1984

JESI, 18 novembre 2020 – Dai meno giovani ai più giovani, compresi quelli che certe partite della Jesina e certe soddisfazioni le hanno viste solo dai filmati ora stanno ricordando la figura di Leopoldo Latini.

La fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 avevano prodotto per la squadra di calcio a guida Latini presidente tre salti di categoria, dai dilettanti alla C1, passando per la serie D, che, per chi li ha vissuti dal vivo, difficilmente saranno dimenticati.

La figura di Leopoldo Latini viene ricordata da tutti come un presidente alla mano, un padre per tutti, dai giocatori ai tifosi, e quei momenti di giubilo oggi vengono riportati alla luce e l’occasione è per un tributo meritato verso un personaggio che ha dato tantissimo al popolo sportivo leoncello.

Da qui lo striscione appeso nelle vicinanze del campo sportivo, in viale Verdi, che recita: “A Leopo’ te volemo be’”.

Lo stesso slogan dopo la vittoria di Cattolica 2-1 del 3 giugno 1984 che catapultò la Jesina in C1.

In giornata, tra i tanti ricordi, vogliamo riportare la testimonianza di Osvaldo Presti, uno dei massimi dirigenti dell’attuale settore giovanile della Jesina, all’epoca d’oro dei successi della Jesina dipendente della ditta ‘Latini Cucine’ e dirigente del largo Europa.

Presti scrive: “Vorrei anch’io dire due parole sul Presidente Latini, una persona eccezionale ed umana che ha fatto conoscere a Jesi ed a tutta la Vallesina il grande calcio ma che ha fatto tanto anche in altri sport: basket, ciclismo, rugby. Per me è stata una notizia devastante anche perché ho lavorato nella sua azienda ed è stato anche al mio matrimonio. Vorrei anche ricordare che aveva instaurato un contratto con le Società minori di Jesi e della Vallesina di allora per prelevare ogni anno un massimo di tre giovani calciatori per la cifra di 1 milione di lire a calciatore. All’epoca ero dirigente del Largo Europa che cedette alla Jesina un certo Luca Marchegiani e mi sembra che la scelta fu davvero importante. Riposa in pace grande Presidente”.

Ricordiamo che la salma di Latini è da oggi a disposizione di quanti lo vorranno, e lo sarà anche domani all’Obitorio del Carlo Urbani e successivamente alla casa del commiato Santarelli a Monsano.

Appena possibile la salma sarà cremata e poi tumulata al cimitero di Jesi dove riceverà l’ultima benedizione.

Evasio Santoni

©RIPRODUZIONE RISERVATA




JESI / ‘Poldo’ Latini, il ricordo di tecnici e giocatori del club leoncello

Augusto Bonacci, Gianfranco Amici, ‘Pippo’ Giuffrida, Stefano Garbuglia: la morte del Presidente addolora tutti quelli che lo hanno conosciuto

JESI, 17 novembre 2020 – La scomparsa di Leopoldo Latini ha suscitato in tutti ricordi bellissimi del tempo che fu quando la Jesina era una protagonista assoluta in positivo nel panorama del calcio nazionale.

Tanti i messaggi tramite le pagine facebook che salutano un personaggio da tutti ben voluto.

Abbiamo raccolto alcune testimonianze di chi più da vicino, in quegli anni d’oro, ha percorso ed ha contribuito in casa Jesina a cogliere i tanti successi di una squadra e di una società che ha prodotto gioie e soddisfazioni e entusiasmato tutti i tifosi leoncelli.

Augusto Bonacci: “Mi dispiace tantissimo. Il mio ricordo è di una persona stupenda sempre stato vicino a noi giocatori. Presidente appassionato sempre presente. Vivevamo i ritiri pre partita alla ‘casa bianca’ e lui sempre con noi, presente. Era stato anche al mio matrimonio. L’avevo rivisto di recente. Una notizia che mi addolora”

Gianfranco Amici: “Dispiace perdere le persone che ti hanno manifestato nel tempo grande considerazione e fiducia, Leopoldo è una di queste. Alcuni ricordi indelebili, il primo 1983/84 al mio 4anno con la Jesina, mi chiese di tenere i rapporti con tecnici, giocatori della prima squadra allenata da Gege’ Di Giacomo, la società . Sempre quell’anno a fine campionato eravamo in ritiro a Castrocaro Terme per la partita di Cattolica, che ci avrebbe promosso in C1, mi ha chiamato in disparte e mi chiese di allenare la Latini Jesi allora in Prima Categoria. Accettai e grazie ad un grande gruppo vincemmo il campionato e poi il titolo regionale lo stesso giorno che la Jesina retrocedeva contro il Brescia dalla C1. Non festeggiammo. Una persona sempre disponibile e pronta ad ascoltarti. R. I. P.”

Pippo Giuffrida: “Era un grande uomo di cuore. Andavo nel suo ufficio in ditta, prima di andare a casa dopo gli allenamenti, perché voleva sapere se ero contento di giocare a Jesi. Per me è stato come un padre, con lui se ne va’ un pezzo di me!!”

Stefano Garbuglia: “Quello che mi ha sempre colpito del Presidente è sempre stata la sua pacatezza, la sua calma, ma anche il suo entusiasmo. Era spesso presente anche agli allenamenti. Lo ricordo quando io e Carlo Carloni andammo a Jesi, nella sua Azienda, nel suo ufficio, con i dirigenti della Filottranese, per firmare i nostri trasferimenti. Era un uomo di poche parole, ma lo sentivamo parte della squadra. Il sabato veniva spesso nel ritiro della squadra a Monsano a salutarci. Dopo quel successo di Arezzo mi ricordo che feci come tutte le estati il campo scuola con i ragazzi ai quali facevo l’educatore a Filottrano. Eravamo sopra Fabriano, in una casa nei boschi. Due giorni dalla fine del campo scuola vedo arrivare una macchina (non avevamo i cellulari per comunicare), era il Presidente accompagnato da Ermanno Pieroni, era arrivato il momento di fare delle scelte sul mio futuro. Dopo le tante squadre che mi cercavano ne erano rimaste due. Ho ancora in mente il tavolino in legno nel bosco e noi tre a discutere se fosse meglio andare alla Lazio o alla Sambenedettese, i due club che con maggior insistenza mi cercavano. Ricordo ancora che discutemmo serenamente sui pro e i contro delle due opzioni, i differenti obiettivi che potessero avere, una la risalita in serie A e l’altra la salvezza, una la lontananza da casa, l’altra molto più vicina al mio paesello. Non mi sono sentito scaricato, “svenduto”, ma accompagnato, consigliato nella scelta. Il presidente avrebbe potuto dire “Ti abbiamo ceduto a …..” e invece no, mi ha aiutato a scegliere. Perchè non l’ha fatto? Perchè era speciale. Beh non ho più trovato un presidente che decidesse con me quale soluzione fosse la migliore per il mio trasferimento. Latini ti faceva sentire suo figlio. Non era un “padrone”, comando io, decido io, ma era un papà”.

Evasio Santoni

©RIPRODUZIONE RISERVATA




JESI / Latini: una icona, un simbolo, un uomo che ha reso felice la sua città

“il Presidente”, eternamente nella storia. Se Aliboni in Jesina – Brescia non avesse parato tutto forse si sarebbe raccontata un’altra storia

JESI, 17 novembre 2020“Cosa resterà di questi anni ottanta” si domandava in musica Raf.

A Jesi restano indelebili i ricordi nitidi di un’ epopea calcistica probabilmente ineguagliabile, per certi versi leggendaria.

Una Città laboriosa, dalla vocazione contadina e che aveva saputo cogliere gli slanci del progresso industriale, poco propensa alle luci della ribalta ma letteralmente impazzita per i Leoncelli.

Il calcio come biglietto da visita per presentarsi nei salotti delle grandi Piazze, senza mai perdere la genuinità che apparteneva al popolo fieramente “figlio” di Federico II.

Uomini che avevano molto spesso in corpo i segni della fatica e aspettavano ansiosi e trepidanti la benedetta domenica.

Quelle magliette rosse che macchiavano il verde del rettangolo di gioco erano come una calamita della felicità, del sogno.

Le donne, in tanti casi rassegnate, non potevano far altro che cucire la nuova bandiera da sventolare nella partita importante, e in fondo un poco di tifo silenzioso lo avranno fatto anche loro.

Presidente: Leopoldo Latini.

Uomo capace di capire che se ben cullata, la Jesina poteva essere molto più che una semplice squadra di calcio.

Un imprenditore che le regole della vita le aveva imparate sul campo, rimboccandosi le maniche all’occorrenza e usando l’ingegno.

In un periodo in cui presunti statisti banchettavano alle spalle delle nuove generazioni, lui alla politica non chiese nulla.

Non abusò della sua popolarità, accontentandosi felicemente dell’empatia con la sua gente. Si allontanò dal calcio con rammarico ma in punta di piedi, segnale da tutti non colto di un capitolo stupendo che si stava chiudendo.

Chissà, se il “maledetto” Aliboni in quello Jesina – Brescia del 9 giugno 1985 non avesse parato tiri, bordate e spifferi di vento, forse negli anni a seguire avremmo raccontato un’altra storia, chissa.

Latini ebbe poi alterne fortune imprenditoriali, ma chi siamo noi per giudicarle? e soprattutto, perché dovremmo farlo?

Per quelli come me, che non hanno avuto il piacere di godere appieno quelle splendide annate per questioni anagrafiche, Leopoldo resta un’icona, un simbolo, un uomo che scelse di rendere felice la nostra Città.

Chi invece lo ha conosciuto davvero, continuerà a farci abbeverare di aneddoti e di ricordi dolcissimi.

Ciao Leopoldo, per sempre “il Presidente”, eternamente nella storia di Jesi.

Marco Pigliapoco

 

©RIPRODUZIONE RISERVATA




JESI / Ermanno Pieroni: “Con Leopoldo alla Jesina furono anni splendidi”

Da garzone di bottega di colui che un giorno sarà il Presidente a direttore sportivo della Jesina nel periodo più bello del calcio leoncello. I ricordi

JESI, 17 novembre 2020 Leopoldo Latini, Ermanno Pieroni. Un binomio che ha portato agli inizi degli anni ’80 la Jesina nel punto più alto della storia calcistica della città.

Nel giorno della morte del Presidente, il Direttore Sportivo l’ha così ricordato.

Triste la notizia della morte di Leopoldo Latini. Già a 5 anni facevo il suo garzone di bottega in falegnameria in via Roma dove lui era giovane ed il papà Alfredo guidava la falegnameria.

Siamo dello stesso quartiere e ci siamo sempre rispettati. Al punto che quando lavoravo alla Merloni, nel 1978, mi propose la possibilità di venire a lavorare nella sua azienda a Jesi, la ‘Latini Cucine’, come Direttore Commerciale.

Accettai perché lo ritenevo allora un salto di qualità e da lì iniziò quella che poi divenne la mia vera professione: direttore sportivo.

Una idea questa che va attribuita a Alessandro Bigi, ‘il Bello’, anche lui deceduto, purtroppo, di recente. Un pomeriggio, nella saletta del Circolo Cittadino, Bigi mi mise in testa questa idea visto anche il mio passato come arbitro di calcio e dunque uno che conosceva il calcio.

Sono rimasto alla Jesina sette anni dove vincemmo tre campionati: al primo, al terzo, al quinto anno passando dai dilettanti alla C1.

I ricordi, tanti.

Con Leopoldo abbiamo costruito allora veramente le fondamenta del club leoncello.

Una domenica mattina Latini mi venne a trovare a casa e mi disse: “dobbiamo salvare la Jesina”. Successe questo.

Sia io che Lino Fazi che Roberto Gagliardi firmammo delle cambiali che poi furono scontate da Leopoldo nella sua azienda.

Partimmo con Bruno Cantone allenatore, vincemmo il campionato. Poi arrivò Alberto Baldoni e ci fu lo spareggio vincente di Arezzo e successivamente Gegè Di Giacomo per il salto in C1.

All’epoca giocammo contro il Rimini allenato da Arrigo Sacchi, il Vicenza che schierava Roberto Baggio.

Una curiosità. Pareggiammo 0-0 a Rimini al debutto in C1 e questo risultato a livello giornalistico quasi non fu accettato perché la Jesina giocò alla grande.

Sono stati sette anni splendidi, sono rimasto nell’attività aziendale accettando poi nel 1985 di andare a Messina a fare il direttore sportivo.

A Jesi si iniziò con Emilio Mencarelli e poi durante la stagione ci fu il passaggio a Leopoldo Latini.

Jesi è stata una esperienza bellissima e ritornare allora nella mia città fu il massimo. Con Latini ho avuto dei periodi di rapporto di lavoro e amicizia eccezionali.

Ho accolto la notizia del suo decesso con un grande dispiacere.

Sono fuori per lavoro non so se sarò presente per i funerali. Colgo comunque l’occasione per porgere le più sentite condoglianze alla moglie, ai figli.

‘Poldo’, che la terra ti sia lieve.

(e.s.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA




JESI / Deceduto ‘Poldo’ Latini, re delle cucine e presidente della Jesina ‘vinci tutto’

Aveva 88 anni. Con lui la Jesina conquistò a Cattolica la storica promozione in C1 disputata l’anno successivo contro squadroni di livello nazionale

JESI, 17 novembre 2020 – Jesi sportiva ed imprenditoriale piange la scomparsa di Leopoldo Latini, 88 anni, personaggio che ha legato il suo nome alle fortune sia in campo imprenditoriale che sportivo.

Latini è deceduto questa mattina all’Ospedale Carlo Urbani, dove era giunto preveniente dalla casa di Riposo di via Gramsci, a causa del Covid.

Latini Leopoldo

Si è sempre adoperato iniziando nel 1960 in un laboratorio di falegnameria in via Roma con il padre Alfredo producendo mobili.

L’attività industriale, in grande, iniziò nel 1969, esportando i suoi prodotti in Arabia Saudita, Emirati Arabi, Libia, America, Francia, Inghilterra, ecc.

È quella l’epoca in cui, nell’area della Zipa, poco lontano dall’uscita Jesi Est della SS 76, costruì il primo capannone di 6.000 metri quadrati, affiancato da uno successivo di altrettanta grandezza.

Socio onorario dell’allora Cassa di Risparmio di Jesi; anche il suo marchio aziendale cominciò a farsi conoscere.

L’azienda ebbe una espansione con uno stabilimento a New York.

Agli inizi degli anni ’80 iniziò la sua avventura come ‘patron’ della Jesina e nel suo stabilimento nacque quella che diventò famosa come la ‘casa bianca’, vero centro dove si radunavano tutti i personaggi più illustri del calcio della serie C e non solo: dirigenti, giornalisti, tecnici, giocatori.

Latini Leopoldo in platea – 90 anni della Jesina

Una vera e propria sede della Jesina che ogni giorni ospitava decine e decine di persone.

La Jesina, con Latini, ed al suo fianco Ermanno Pieroni e Gegè Di Giacomo, scalò i vari gradini delle categorie fino alla C1. Memorabile la vittoria di Cattolica che decretò la promozione e le sfide in C1 contro Brescia, Spal, Vicenza, Rimini.

Nel frattempo ‘Poldo’, tramite il marchio aziendale che portava il suo nome, divenne anche sponsor della squadra di Forlì che militava nel massimo campionato italiano di basket con passaggi pubblicitari televisivi costanti nelle televisioni nazionali.

L’impegno nello sport si allargò anche a rugby e volley.

Poi il calcio, come ogni ciclo importante, terminò e Latini per un periodo di tempo si mise in disparte prima di iniziare nel 1992 una nuova avventura imprenditoriale in Russia con lo stabilimento Latini Cucine Inital Srl situato a Mosca a due passi dalla piazza Rossa che serviva circa 180 negozi.

Nel 2016 Latini fece ritorno in Italia, a Jesi, alla ricerca di agenti di commercio ai quali affidare la gestione di questa clientela sparsa ovunque sul territorio russo.

In quel periodo accettò la candidatura a consigliere Comunale nelle liste di Forza Italia con Massimiliano Lucaboni candidato Sindaco.

Latini – Lucaboni

Partecipò attivamente alla realizzazione della festa dei 90 anni della Jesina calcio mettendo a disposizione tutto il materiale in suo possesso che ricordava appunto anni indimenticabili della società leoncella.

Nei primi mesi del 2017, mentre si stava recando lungo Corso Matteotti, ebbe un malore e dal quel giorno, purtroppo, ha dovuto far fronte a cure e relegato in una struttura sanitaria.

Appresa la notizia Massimiliano Lucaboni ha così commentato: “ho appreso con tanta tristezza della morte di Leopoldo Latini. Per molti forse in personaggio controverso ma per chi come me l’ha conosciuto bene era una persona buona che aveva ancora tanto da dire e dare. Aveva un’energia che veramente ti spiazzava. Idee progetti che oggi apparterrebbero più ad un ventenne che ad uno di 80 e passa anni. L’esperienza della campagna elettorale delle ultime amministrative a Jesi ci ha uniti molto. Stavamo spessissimo insieme e in quelle occasioni mi parlava tantissimo di sport. Della Jesina un grande amore, effettivamente dopo di lui risultati poco convincenti, della pallavolo: insomma il suo cuore era comunque rimasto in mezzo ai Leonelli. La sconfitta elettorale gli ha pesato parecchio. Pochi voti. Probabilmente ha percepito in quell’occasione un sorta di abbandono da parte della città. Credo si stato un dolore immenso per lui. Mi dispiace veramente era un brav’uomo”.

La salma sarà a disposizione di quanti lo vorranno da domani e per due giorni all’Obitorio del Carlo Urbani e successivamente alla casa del commiato Santarelli a Monsano.

Appena possibile la salma sarà cremata e poi tumulata al cimitero di Jesi dove riceverà l’ultima benedizione.

Evasio Santoni

©RIPRODUZIONE RISERVATA




JESI / Baldinelli, Maggioli, Rossini, Strappini: fenomeni ieri e per sempre

Lettere di ringraziamento, ricordi e saluti alla città e ai loro tifosi. Un inedito scritto del professor Ottorino Appolloni ai ‘due Latini’

JESI, 07 maggio 2020Quattro monumenti che hanno scritto la storia dello sport a Jesi sia esso pallacanestro sia calcio.

Quattro personaggi, non jesini, che sono entrati nel cuore degli stessi e che hanno fatto parlare Jesi in giro per l’Italia grazie alle loro performance sulle tavole da gioco di un palazzetto dello sport o sui prati verdi di un rettangolo di calcio.

Baldinelli Alessio

Parliamo di Alessio Baldinelli, ‘Lupo’ Alberto Rossini, Marco Strappini e Michele Maggioli: un allenatore e tre capitani.

Poi ci sono pure quelli che meritano una citazione tutta particolare come il prof. Ottorino Appolloni, pioniere della pallacanestro a Jesi, e come i ‘due… Latini’ identificati appunto dal professore stesso Alfiero e Leopoldo Latini.

Perché questi personaggi? Perché nella lunga storia dello sport a Jesi, negli ultimi 25 anni, di loro abbiamo degli scritti.

Lettere inviateci, due personalmente ed altre tre come ai colleghi giornalisti ed agli sportivi tutti, per esprimere il loro stato d’animo dopo un esonero (Baldinelli); per ringraziare tutti i tifosi e sportivi nel momento in cui era giunta l’ora di appendere le classiche scarpette al chiodo (Rossini, Maggioli, Strapini); per esprimere dei momenti, sentimenti e sensazioni, da tifoso e da appassionato della situazione che Jesina e Aurora basket stavano proponendo o attraversando (Appolloni).

Alessio Baldinelli ci scrisse nel gennaio 1998, esonerato come coach dall’allora Sicc Cucine Componibili e sostituito da Massimo Mangano. Ricoprivamo l’incarico di direttore responsabile del quindicinale sportivo ‘Jesi Sportiva’ che trattava a 360° lo sport in città.

Qui sotto la foto del giornale dell’epoca.

Nel marzo 1998 anche il prof. Appolloni sempre dalle colonne di ‘Jesi Sportiva’ ha voluto omaggiare i ‘due… Latini’:

Appolloni Ottorino

Leopoldo e Alfiero. 

Il primo già aveva portato Jesi sul trono del calcio nazionale, in serie C, ed aveva anche assaporato quello che poteva significare la pallacanestro sponsorizzando con il nome della propria azienda il club di Forlì in serie A;  il secondo, già impegnato in quel periodo nella pallavolo ed in passato nel ciclismo, stava per compiere con il basket un’impresa storica ed assoluta. Appolloni, aveva esercitato anche come giornalista, era un intenditore critico e fine osservatore delle vicende sportive della sua città.

 

 

Anche per il Prof. Appolloni la foto del giornale dell’epoca.

 

Poi i campioni sul campo.

‘LUPO’ ALBERTO ROSSINI

Rossini, nel novembre 2011, ha voluto ringraziare tutti tramite un volume “Il Lupo è uscito dal branco”, vivace racconto dell’esperienza che ha segnato per sempre la vita del protagonista. Un racconto a 360 gradi del quale tramite il nostro collaboratore Marco Pigliapoco abbiamo estrapolato dei significativi passaggi che riguardano Jesi e la pallacanestro.

LUPO A JESI: COME TUTTO EBBE INIZIO: Davvero non sapevo dove fosse Jesi. Guardai sulla cartina geografica. Un puntino dalle parti di Ancona, nella Marche. Nemmeno sul mare. … E in un caldo pomeriggio di luglio del 2000, Jesi si trasformò da un anonimo incastonato tra le colline marchigiane alla mia seconda casa, perché l’uomo della provvidenza stava per bussare alla mia porta. Era Andrea Mazzon, coach che conoscevo da tempo e stimavo per le sue capacità.“Dove giochi quest’anno Lupo?” “Non lo so ancora. Voglio andare via da Roma perché mi hanno fatto giocare veramente poco e non mi sento ancora vecchio. Ho trent’anni”“Perché non vieni a Jesi?” “A Jesi? Dov’è? Cosa fate?” “Vicino ad Ancona. Facciamo l’A2. Io ho firmato per loro, è gente seria che fa le cose come si deve. Se sei d’accordo parlo con la società” Nemmeno una settimana dopo ero a Jesi a parlare con l’allora general manager Chiapparo, ma soprattutto per vedere la Città e capire l’ambiente. Era una cittadina più o meno come Cantù, molto tranquilla, ma con tutto quello che serviva a portata di mano e con il mare a venti minuti. Ottimo posto per viverci, l’ideale dopo il caos di Roma. Chiesi ragguagli anche a mio cugino, Andrea Conti, che aveva giocato a Jesi un paio d’anni, e da lui ebbi conferma alle mie sensazioni. Non mi pesava scendere in A2, mi interessavano i progetti, le ambizioni, gli obiettivi, la serietà della dirigenza. E tutto quadrava alla perfezione. Trovai l’accordo economico in non più di dieci minuti: due anni di contratto perché mi fecero proprio una bella impressione, e perché Jesi mi avrebbe consentito di tornare a respirare una buona aria, quelle delle piccole Città a misura d’uomo….Dieci anni dopo posso dire con assoluta certezza che Jesi è tata la scelta giusta. L’AURORA VOLA IN SERIE A1: QUELLA SERA A SCAFATI “i have a dream”. Il mio non era ambizioso e rivoluzionario come quello di Martin Luther King, ma molto più caduco e umano: tornare a giocare in serie A1 e farlo con la maglia dell’Aurora Jesi….Ogni anno lottavamo come disperati nella stagione regolare e nei play off, ma alla fine non avevamo mai niente da festeggiare… Restammo, fra i vecchi, solo io, Mason Rocca e Casini, ai quali si aggiunsero molti volti nuovi, qualche scommessa e

Rossini e i giornalisti jesini

qualcuno già noto, ma non di prima fascia. Devo essere sincero: nei primi giorni il gruppo non mi stava entusiasmando. Si, c’era un moro che saltava come un grillo, c’era un buon tiratore, ma non riuscivo a valutare bene il potenziale della squadra. In panchina un giovane alla prima esperienza come capo allenatore, Gigio Gresta, che giorno dopo giorno si è rivelato molto bravo nel costruire l’amalgama e navigato nell’allenarci. Dopo le prime giornate, però, mi resi conto che potevamo andare lontano… Naturalmente, proprio perché la fortuna è cieca e la sfiga ci vede benissimo, nella fase a orologio prima dei play off, il nostro americano Whiting si ruppe un ginocchio e fu costretto a fermarsi per lungo tempo. Ma proprio questo infortunio si rivelò, a mio avviso, la chiave di volta della stagione. Il posto di Whiting, infatti, fu preso dall’allora sesto uomo Brett Blizzard… che si dimostrò all’altezza di ogni situazione, contro qualsiasi squadra, e in qualunque ambiente. L’altro episodio che ebbe un effetto positivo devastante sulla nostra squadra e sull’esito della stagione avvenne negli spogliatoi di Scafati. Avevamo appena perso gara4 del primo turno di play off e la sfida era in perfetta parità: 2-2. Ci saremmo giocati tutto nella “bella” tre giorni dopo a Jesi. Noi eravamo di gran lunga più forti di loro, ma venivamo da due sconfitte che avevano rimesso in equilibrio la serie. Sconfitte maturate anche a causa del nostro

Rocca, Singleton, Rossini e il presidente di Lega Valentino Renzi dopo il successo a Bologna

americano James Singleton, il giocatore con più talento della squadra, ma anche molto giovane e quindi per certi versi più difficile da gestire. Quella sera, però, aveva superato ogni limite: sembrava non gliene fregasse nulla della partita, non l’avevo visto lottare come sapeva, mi era parso di cogliere sul suo volto un distacco netto rispetto al resto della squadra, quasi non vedesse l’ora di finire quell’avventura a Jesi per tornarsene a casa. La scintilla che provocò i fuochi d’artificio fu vedere Singleton che rideva e ascoltava musica prima di entrare in doccia. Apriti cielo! Ma come? Avevamo appena sprecato l’occasione di andare in semifinale, ci toccava giocare tutto in 40 minuti e lui rideva? Gli sono andato vicino a muso duro e ho cominciato a inveire contro di lui: “Se non vuoi più giocare devi avere il coraggio di dirlogli ho gridato a un centimetro dalla sua facciase non ti va più bene tornatene a casa, ma non prendere per il culo i tuoi compagni di squadra che sputano l’anima. Tira fuori le palle se le hai, anche se mi sembra che tu non le abbia proprio”. E lui cosa ha fatto? Mi ha guardato e ha sorriso senza dire una sola parola. Se possibile, la situazione si stava aggravando ancora di più. Ero una furia. Nero di rabbia. E con me Mason, che lo ha affrontato con fare minaccioso. Per qualche secondo ho temuto seriamente che venissero alle mani. Intanto Brett provvedeva a piazzarsi davanti alla porta dello spogliatoio impedendo a chiunque di entrare. Al di là c’erano solo Mason e James quasi naso contro naso. In inglese strettissimo Rocca stava investendo di parole il suo compagno, proseguendo nella strada

Singleton James

che avevo tracciato io. … Vi giuro che quel quarto d’ora è stato uno dei più intensi della mia vita da giocatore: tremavano i muri dello spogliatoio di Scafati. E tutti gli altri giocatori erano solidali con me e Mason. Forse per James era giusto rifletterci. Più tardi, sulla strada di ritorno a Jesi, il pullman si fermò all’autogrill  perché dovevamo cenare. Eravamo seduti quando a un tratto vidi arrivare la sagoma di James. Puntava verso di me. “Oddio Lupo, siamo al secondo round” pensai in una frazione di attimo. Invece il nostro americano aveva tutt’altre intenzioni: “Scusami Lupo” mi disse prima di abbracciarmi davanti a tutti… Da quel momento non abbiamo sbagliato più una sola partita…L’AURORA VOLA IN A1: A BOLOGNA L’APOTEOSI Fra noi e la promozione in A1 c’era “solo” la Virtus Bologna, la nobile decaduta, partita con grandi ambizioni e finita, nella stagione regolare, dietro di noi… Dovevamo andare a Bologna per gara 3. Durissima ma decisiva… Palla a due e tutto come previsto. Ho alzato lo sguardo verso il tabellone dopo circa dieci minuti e ho visto + 15 per noi; l’ho rialzato a due minuti dalla fine del match quando sono uscito dal campo e segnava +25 per noi. In mezzo trenta minuti di pallacanestro giocata alla perfezione con sorrisi stampati in faccia, con gente che si buttava su tutte le palle vaganti, con pacche sulle spalle o sul sedere, con cinque alti a ogni azione ben fatta, con abbracci fra tutti noi, con solo la voce del pubblico di Jesi che risuonava nel tempio del basket italiano. Attimi indimenticabili che nessuno potrà mai togliermi e che resteranno per sempre nella mia memoria e nella mia pelle.. E poi alzare il trofeo davanti a un gruppo di compagni in lacrime per la gioia immensa e vedere i nostri tifosi, la nostra gente, osannarci sulle gradinate è stato impagabile. In quei momenti mi è passata davanti agli occhi la mia vita sportiva come fosse un film accelerato a mille… Siamo tornati a Jesi a notte fonda e la città era ancora sveglia ad aspettarci, soprattutto quei 4000 che avevano visto la partita sui maxischermi. Vedere l’entusiasmo, la gioia, l‘esaltazione dei tifosi in piazza – soprattutto dei ragazzi dell’ Avanguardia che non si erano persi una sola trasferta – fu speciale. Proprio con loro ho avuto sempre un bellissimo rapporto fatto di genuinità, sincerità, schiettezza. Un gruppo, l’ Avanguardia, quasi anarchico perchè non legato a logiche di alcun tipo, ma autogestito. Quell’anno anche loro si sono conquistati meritatamente una fetta della nostra promozione… Se ripenso a quell’anno e a quei giorni mi viene ancora la pelle d’oca. Il mio sogno era diventato realtà.

 

Da via Tabano a viale Cavallotti il percorso è breve: Marco Strappini

Strappini Marco

243 presenze con la maglia leoncella il capitano Marco Strappini in occasione della mostra per i 90 anni di storia della Jesina è stato il giocatore più votato dai tifosi e lui per ringraziare ha scritto: “Ciao a tutti, non saprei da dove iniziare con i GRAZIE ma ci proverò passo passo. Dopo alcuni mesi passati lontano dal mondo leoncello è stato emozionante ristudiare la storia della Jesina nella mostra che ha ripercorso i primi 90 anni di questa ‘nostra’ Storia. La storia della fede che unisce generazioni sotto un’unica grande bandiera, quella biancorossa. Grazie quindi a chi ha voluto fortemente questa mostra e che l’ha allestita in maniera impeccabile e suggestiva: da Michele Grilli, a Francesco Cherubini passando per Marco Pigliapoco, Sandro Cossu e tutti gli altri che si sono adoperati per realizzare un qualcosa di speciale…le presenze quotidiane da record di tanti appassionati ne sono, credo, la testimonianza più tangibile e gratificante per gli organizzatori. Ricevo questo riconoscimento con stupore ma tanto tanto orgoglio. Essere accostato a leggende come Micheloni, Ceppi, Garbuglia e gli altri per me è già stata una soddisfazione infinita, sapere poi di aver ricevuto più voti di tutti mi ha lasciato, credetemi, COMMOSSO. Ringrazio la società Jesina Calcio e tutti i dirigenti, magazzinieri, giocatori, allenatori e amici che in questi anni ho avuto la fortuna di conoscere, dal presidente Marco Polita a tutti gli altri…è vero, negli ultimi periodi ci sono state delle tensioni ma se è anche vero che la Jesina è una famiglia e che tutti noi ne facciamo parte, credo sia normale che ci siano momenti meno felici di altri, l’importante è riconoscersi sempre sotto la stessa BANDIERA. Grazie al pubblico di Jesi, ai ragazzi della curva in particolare che mi hanno sempre dimostrato un’affetto incondizionato e che spero di aver ricambiato spendendo tutto quello che potevo ogni domenica in campo. Difendere la maglia ovunque e comunque è stata sempre mia la priorità e dovrà esserlo per chi avrà la fortuna di indossare questi colori in futuro. L’augurio è semplicemente questo, che la passione di tanti e tanti cuori venga premiata con un futuro il più possibile esaltante. Questo riconoscimento ha nel mio cuore un valore assoluto, lo voglio dedicare a mio padre e mia madre, miei tifosi e quindi della Jesina che mi hanno seguito in silenzio al Carotti e sui campi di tutta Italia. Ho ricevuto la notizia del riconoscimento in anteprima proprio il giorno della festa del papà…un piccolo segnale che non mi ha lasciato indifferente. Ragazzi, un abbraccio a tutti, ci vedremo prestissimo allo stadio se IL GRANDE Marco Pigliapoco riuscirà a mettere insieme i ‘pezzi’ e sempre FORZA JESINA!!!!!”

Michele Maggioli, l’americano della Legadue

Michele Maggioli al Palatriccoli, battendo Jesi, aveva conquistato la serie A con la maglia del’Avellino. A Jesi, sempre su quelle tavole, da giocatore dell’Aurora ha ricevuto una infinità di applausi. Al Palatriccoli è stato omaggiato dal popolo del basket nel giorno del suo addio alla pallacanestro giocata. A Jesi ora è ritornato come dirigente per cercare di riportare il club ai fasti di un tempo.

Maggioli, maglia numero 5 ritirata

Anche per me è giunto il momento di dire addio a questo sogno che dura ormai da più di venti anni che è il basket giocato. Si un sogno! Perché cosi l’ho vissuto e ne sono sempre stato consapevole, fin dall’inizio. Smetto felice, pieno e sereno nell’aver dato tutto ciò che avevo fisicamente, mentalmente ed emotivamente e con la consapevolezza di avere anche ricevuto indietro tantissimo. Se ripenso da dove sono partito mi commuovo. Vedo quel bambino che in prima elementare era alto come quelli di quinta e che in terza aveva già superato le maestre. Mi ricordo quando in quarta elementare mi hanno detto che la Scavolini aveva vinto lo scudetto e non riuscivo a capire, perché per me bambino cresciuto in periferia, la Scavolini era semplicemente la fabbrica dove lavoravano alcuni miei vicini di casa o amici di famiglia. Ricordo quando a 11 anni giocavo ancora con he-man o a nascondino con i miei coetanei e gli adulti mi guardavano perplessi perché sfioravo il metro e ottanta! Non era facile trovare una collocazione, madre natura mi aveva dato tanto e a volte sembrava quasi troppo. Poi una persona, che non smetterò mai di ringraziare, mi disse che i ragazzi con le mie qualità non nascono tutti i giorni, mi fece sentire speciale e mi diede una visione, la possibilità di vivere un sogno e sopratutto di trovare la mia dimensione. Un mondo in cui i ragazzi avevano i miei stessi problemi nel trovare i vestiti o le scarpe, la stessa impopolarità ed impaccio con le ragazze, ma sopratutto lo stesso sublime sogno. Ne è passato di tempo da allora e adesso con tenerezza rivedo gli stessi occhi sognanti in mio figlio che gioca a calcio. Gli auguro di cuore di fare il mio stesso percorso o anche meglio perché le esperienze che ho avuto, l’opportunità di vivere, le persone che ho conosciuto, i luoghi che ho visitato sono stati il vero valore aggiunto di questo viaggio. 

premiazioni Maggioli – Montoro

A volte mi chiedono dei sacrifici che ho fatto ma in cuor mio so che il sacrificio grande sarebbe stato costringere me stesso ad andare a ballare la domenica pomeriggio al Colosseo (mitica discoteca di Montecchio) come facevano tutti i miei coetanei invece di andare al campetto a fare un 21 o un giro d’Italia. In una carriera lunga 22 anni sono state tante le persone che hanno incrociato la mia vita e lasciato un segno tangibile. Ringraziarvi tutti è difficile ma ci provo. Inizio dai miei genitori e dalla mia famiglia. Grazie per avermi sempre lasciato libero di decidere, per non aver mai interferito e avermi dato fiducia. La vostra umiltà è stata esemplare. A mio fratello e mia sorella che sono sempre stati i miei primi tifosi senza darlo a vedere. Vi voglio bene. Grazie al mio prof di educazione fisica delle medie, Renzo Amadori. La scintilla l’hai accesa tu, chi mi ha apprezzato sul campo lo deve a te. Ai miei allenatori del settore giovanile, siete stati super nell’insegnarmi i fondamentali del basket ma soprattutto i valori che regolano questo sport e la vita in generale. Ai preparatori atletici che con competenza hanno lavorato sul mio fisico un pò particolare, dedicandomi attenzione e scrupolosità anche in momenti e orari straordinari. Alle quattro società a cui devo di più e a cui mi sono legato maggiormente. La V.L Pesaro per avermi cresciuto e formato. Ricordo ancora quando ritornai a casa con la borsa e il materiale dopo il primo allenamento. Mi svegliai 2/3 volte nella notte per controllare se la borsa era ancora lì, appoggiata sul comò e che fosse tutto vero. La Scandone Avellino che mi diede la possibilità di giocare la mia

Tifosi jesini ed imolesi pro Maggioli

prima vera stagione importante. Mi accolse con tanto affetto e mille attenzioni, ma sopratutto mi diede l’opportunità di conoscere una terra stupenda e persone che ancora oggi sono nella mia vita. Un immenso grazie all’Aurora basket Jesi dove ho vissuto in assoluto i miei anni migliori, dove è nato mio figlio e luogo che sento ancora intimamente casa. Infine grazie all’Andrea Costa Imola che ha avuto il coraggio di puntare su di me a 38 anni suonati e mi ha dato la chance di un colpo di coda di fine carriera in grande stile. Grazie al mio primo e unico agente in 22 anni da pro, Stefano Meller. Ho sempre faticato a vederti come un agente, per me sei sempre stato un amico, un fratello maggiore. Grazie per avermi accompagnato, tutelato, rispettato anche quando abbiamo avuto visioni differenti e grazie sopratutto per esserci sempre stato anche per problemi che con il basket avevano poco a che fare. Grazie a tutti i miei coach da senior. Qualcuno di voi sarà sempre un riferimento importante un mentore. Grazie anche ai coach con cui il rapporto non è mai sbocciato, perché per fare funzionare le cose bisogna sempre essere in due, mi avete dato lo spunto per guardarmi dentro e capire qual era il mio di pezzo da sistemare. Grazie a tutti i miei compagni di squadra. Qualcuno di voi è diventato un fratello acquisito e con tantissimi altri è nato un rapporto di stima e affetto sincero. I vostri valori, il vostro spirito di sacrificio e la vostra onestà è da campioni veri. Fiero di aver lottato con voi. Grazie a tutte le persone che hanno fatto parte dello staff dirigenziale, tecnico e sanitario delle squadre in cui ho giocato, perché so bene quanto posso essere rompicoglioni quando voglio, ma voi avete sempre avuto tanta pazienza e disponibilità. Grazie ai tifosi. A quelli che mi hanno sempre sostenuto, che sono la maggior parte, e anche a quelli che mi hanno un pò massacrato perché cercare di chiudervi la bocca è stato uno stimolo. Grazie ai giornalisti, siete una parte importante del movimento, anche se a volte non vi viene riconosciuto, continuate con il vostro contributo con passione e pazienza. Grazie ai tanti arbitri che mi hanno arbitrato, so che il vostro non è un lavoro facile e, anche se non sempre vi ho aiutato, avete tutto il mio rispetto. Un grazie anche a tutti gli imprenditori che continuano ad investire nello sport più bello del mondo. Il pensiero va inevitabilmente a Scavolini e a Fileni e al contributo che hanno dato. Sono convinto che ritroveremo presto la strada per far tornare il nostro amato basket italiano al livello che merita. Grazie agli amici veri, quelli che si contano sulle dita di una mano. Voi che avevate il coraggio di chiamarmi anche il lunedì dopo una sconfitta. Il vostro conforto, la vostra presenza, il vostro affetto e la vostra onestà mi hanno accompagnato tutto il tempo e sempre mi accompagneranno. Un grazie gigante a mio figlio Matteo che in questi anni ha dovuto sopportare i miei orari, le mie partite, le mie corse in macchina, le mie trasferte, le feste e le ricorrenze sui campi. Sei stato una spinta incredibile in questi 9 anni, una motivazione in più e il protagonista dei miei momenti più felici anche dopo le sconfitte più cocenti. Un grazie particolare ad una persona che sarà sempre speciale per me, che è la mamma di mio figlio, e non c’è niente altro da aggiungere. Grazie a te che adesso mi dovrai sopportare in casa, guarda che sono ingombrante! Due capitani sotto lo stesso tetto, un solo palcoscenico da dividere per due personalità importanti. Sarà come è sempre stato, con tenacia, passione, riconoscenza, sensibilità, amore e a volte un po’ di sacrificio. Anche questa squadra farà il suo percorso nella vita del futuro che verrà. E per chiudere grazie a me e a quel ragazzino impacciato in quel corpo da gigante che faticava a trovare il suo posto nel mondo e che ha afferrato un sogno, visualizzandolo così tante  volte che lo ha fatto diventare realtà. Il vostro Michele#5

Evasio Santoni

©RIPRODUZIONE RISERVATA