Calcio Amarcord / Il Catania, l’Inter ko, Gaspari portato in trionfo: il Mito del “Clamoroso al Cibali”

La scomparsa del portiere marchigiano richiama alla memoria uno dei momenti più iconici del calcio italiano, a 64 anni di distanza ancora un modo di dire: emozioni di un calcio lontano che ci insegnano ancora oggi a sognare
SENIGALLIA, 20 Giugno 2025 – La recente scomparsa, a quasi 93 anni, di Giuseppe “Peppe” Gaspari, uno dei grandi portieri e allenatori di portieri di una scuola, come quella marchigiana, che a pochi chilometri dall’ascolano di nascita Gaspari ha avuto almeno un altro eccezionale esponente, il sambenedettese Piero Persico (maestro, tra gli altri, di Tancredi, Tacconi e Zenga), richiama alla memoria un calcio d’altri tempi, fatto di uomini e personaggi che hanno saputo lasciare un segno dentro e fuori dal campo, come atleti e punti di riferimento per le future generazioni.
E se Gaspari ha lasciato ottimi ricordi nelle tante squadre dove ha militato da calciatore e insegnante di calcio (Ascoli, Livorno, Catania, Juventus, Modena, Anconitana, Jesina, Vigor Senigallia) è indubbio che l’ascolano di nascita, ma anconetano d’adozione, per gli appassionati con molti capelli bianchi sarà sempre in primo luogo uno dei grandi protagonisti del “Clamoroso al Cibali”, una delle locuzioni più celebri del mondo del calcio, tanto da entrare – come la Zona Cesarini del corregionale Renato, il senigalliese Cesarini – nei dizionari come espressione ormai d’uso comune, pure extra-sportiva.
Accadde a Catania, 4 Giugno 1961, ultima giornata del campionato di serie A, partita Catania-Inter, stadio Cibali (oggi ribattezzato Angelo Massimino), dall’omonimo quartiere catanese: nonostante l’affetto per l’ex presidente, per i catanesi ancora oggi quel tempio resta più noto come il Cibali, ed è lì che in quel pomeriggio di fine primavera ci sono 30.000 spettatori per vedere la grande Inter del Mago Helenio Herrera, e in campo di Picchi, Corso, Facchetti.
I neroazzurri, secondi a -2 dalla Juventus, si erano visti annullare giusto il giorno prima la vittoria ottenuta a tavolino (per invasione di campo dei tifosi bianconeri) nello scontro diretto di aprile.
Nonostante l’Inter del patron Angelo Moratti, professione petroliere, si fosse ritrovata improvvisamente dal primo posto in coabitazione al secondo a -2, il mister Herrera poteva ancora ambire allo scudetto, dovendo recuperare – come deciso dalla Figc – il match contro la Juventus dei “Tre Tenori”, John Charles, Omar Sivori e Giampiero Boniperti.
Il neopromosso Catania, autore di un torneo già oltre ogni più rosea previsione, era ottavo e senza nulla da chiedere a un campionato già pieno di soddisfazioni.
Ma chi si illudeva che gli etnei non avrebbero dato battaglia, dimenticava quanto successo all’andata appena cinque mesi prima: a San Siro, l’Inter aveva vinto 5-0, usufruendo di ben 4 autoreti, un record pressoché imbattibile che stimolò la lingua – già lunga di suo – del polemico Herrera, che definì quella catanese “una squadra di postelegrafonici”.
“Ci guardammo in faccia, e promettemmo vendetta”, confessò anni dopo il capitano del Catania Adelmo Prenna.
E lo fece dando tutto, come tutti i suoi orgogliosi compagni.
Il portiere di quel Catania era Giuseppe Gaspari: a Catania, dove era arrivato dal Livorno dopo essere cresciuto nel Del Duca Ascoli, c’era pure l’anno precedente: giocò tutte le partite tranne una nell’anno della promozione in serie A, categoria in cui fu riconfermato titolare.
“Quella partita l’abbiamo preparata noi giocatori. Abbiamo mandato tutti fuori, Di Bella (l’allenatore), i dirigenti, ci tenevamo troppo”, avrebbe confidato il portiere anni dopo.
Mario Castellazzi portò in vantaggio i padroni di casa al 25′ trafiggendo Da Pozzo con un tiro all’incrocio dei pali.
Catania 1 Inter 0.
“Questo è il vero sport!”, urlò uno dei 30.000 del Cibali secondo quanto riportò sulla Stampa di Torino l’inviato per il match, che era niente meno che il leggendario commissario tecnico dell’Italia campione del mondo nel 1934 e nel 1938, Vittorio Pozzo, che da anni, smessi i panni dell’allenatore, raccontava il calcio, anche di provincia, con articoli memorabili.
Lo stesso Castellazzi e Prenna colpirono due pali contro una Inter in balia di un avversario che la compagine lombarda non si sarebbe mai aspettata così determinato.
Al 70′ l’argentino Salvatore “Todo” Calvanese firmò il 2-0, in precedenza annullato all’immarcabile Castellazzi dall’arbitro De Marchi di Pordenone: azione rocambolesca con contrasto fra lo stesso Calvanese e gli interisti Facchetti e Da Pozzo, con l’argentino che è il primo a rialzarsi segnando a porta vuota.
Catania 2 Inter 0.
Il match si surriscalda: l’interista Balleri e il catanese Giavara vengono alle mani e si fanno espellere, l’Inter prova a reagire ma lo fa in maniera sterile e quando arriva al tiro trova sempre pronto Gaspari a dire di no.
La tensione sale pure sugli spalti per un presunto rigore negato al Catania.
Ma non succede più nulla, finisce 2-0 e scoppia la festa del Cibali: i tifosi rossoazzurri, per vendicarsi delle prese in giro rivolte ai loro giocatori dando per scontato il risultato, si mettono a inneggiare alla Juventus, che nonostante un deludente pareggio interno contro il Bari porta a 3 i punti di vantaggio sui milanesi aggiudicandosi lo scudetto, rendendo ininfluente il recupero tra le due rivali.
Nelle emozionanti immagini d’epoca si vede la stessa tifoseria catanese, entrata in campo, portare in trionfo il portiere Gaspari.
Quanto avvenuto, è già singolare e da prima pagina, ma a quel punto, come accadde per la Zona Cesarini – coniata dal giornalista Eugenio Danese – è un cronista a renderlo iconico e farlo diventare un modo di dire per descrivere qualcosa di inaspettato e sorprendente, tipico di quando il piccolo Davide sconfigge il gigante Golia.
La trasmissione radiofonica Rai “Tutto il calcio minuto per minuto”, in un’epoca in cui la televisione non è ancora per tutti, è seguita da milioni di persone: di quel programma che incolla alla radio una Italia più ingenua ma non meno vera di oggi, anzi, Sandro Ciotti, pur non avendo ancora la voce roca che lo avrebbe contraddistinto in futuro, fa già parte.
Sarebbe stato proprio lui ad esprimere lo stupore che fu proprio di tutti gli ascoltatori, riassumendolo alla perfezione col sintetico, netto ed iconico, “Clamoroso al Cibali”.
Ciotti mai smentì, ma in realtà la paternità è dibattuta: che a pronunciare la frase siano stati altri cronisti di fama come Ezio Luzzi, Nuccio Puleo, Niccolò Carosio o Luigi Prestinenza?
Chissà.
Nel 2019 addirittura un giornalista scrupoloso come Roberto Pelucchi nel libro “Le voci della domenica – Storia romantica di 90 anni di sport alla radio” ha messo in dubbio che quella locuzione sia mai stata davvero pronunciata da chicchessia e ciò in fondo è plausibile: il giovane Ciotti infatti nel 1961 non era ancora un radiocronista di punta della Rai e soltanto da pochi anni aveva abbandonato la sua carriera da calciatore che – torniamo sempre nelle Marche – lo aveva visto militare curiosamente pure nell’Ancona.
Chissà, quel “Clamoroso al Cibali” forse è soltanto una leggenda metropolitana, una fake news ante-litteram, che soltanto il ritrovamento improbabile di una registazione di ormai oltre 60 anni fa potrebbe smentire, provandone invece la presenza.
Ma poco cambia: quel 2-0 del Catania, col marchigiano Gaspari in porta, Castellazzi e Calvanese a segnare facendo perdere all’Inter uno scudetto che fino al giorno prima sembrava già vinto, restano davvero clamorosi.
Immacolati, come la porta di “Peppe” Gaspari, il portiere di una piccola che sconfigge le grandi, in fondo l’essenza del calcio, ancora oggi, in epoca di Superlega, proventi e marketing che contano più dei risultati, e derby dall’identità appassita.
Come si può ancora oggi intuire a distanza il calore del Cibali, che ribolle più caldo dell’Etna per l’impresa di 11 ragazzi in rossoazzurro che vivono la loro giornata di gloria e alla fine vengono portati in trionfo, a partire dal numero 1, Gaspari appunto, un portiere che, contro pronostico, rimane imbattuto.
“Clamoroso al Cibali” esiste, è un Mito che non tramonta, è nell’ìmmaginario collettivo, anche non fosse mai stato pronunciato: un po’ come i gol in Zona Cesarini di Renato Cesarini, che in fondo non erano così tanti, anzi forse fu solo uno, quello del 3-2 dell’Italia sull’Ungheria che ispirò la locuzione arrivata fino ad oggi.
Ma che importa, anche in questo caso.
“Clamoroso al Cibali”, vero o no, in realtà resta, esiste e resiste, perché è l’essenza del calcio, quello vero: lasciateci sognare.
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