Calcio / Amarcord, Modena 6 giugno 1982: quando Senigallia vinse anche perdendo

Esattamente quaranta anni fa un esodo senza precedenti al seguito della Vigor, una testimonianza di un legame indissolubile che prosegue e oggi torna a rafforzarsi come un tempo

SENIGALLIA, 6 Giugno 2022 – Parlarne oggi, celebrando una giornata storica, rispetto a qualche tempo fa, non fa più male.

Perché l’amore tra la Vigor e Senigallia è risbocciato di nuovo come ai bei tempi, e dopo una stagione trionfale e con progetti seri, coscienziosi ma allo stesso tempo ambiziosi, non c’è più un confronto stridente fra la gloria che fu e il presente, che oggi appare finalmente roseo.

Ma è probabile che qualche tifoso vigorino coi capelli bianchi senta ugualmente un po’ di malinconia – quantomeno tornando indietro agli entusiasmi della sua gioventù – ripensando a dove si trovava esattamente 40 anni fa, il 6 giugno del 1982.

Una data storica, per la Vigor e la città di Senigallia, tanto da finire nei libri sulla storia cittadina, non solo sportiva.

Il 6 giugno di 40 anni fa era una giornata afosa, degna dell’estate che stava arrivando, calda dentro e fuori dagli stadi, tra i trionfi mondiali di Spagna 1982 dell’Italia di Bearzot e Pablito, gli ultimi sussulti del terrorismo rosso e nero e l’aggravarsi dello stragismo mafioso, che nel settembre di quell’anno si portò via il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a forza di colpi di Kalashnikov.

Ma in quel 6 giugno a Senigallia si pensava soltanto a una cosa: lo spareggio per la serie C1 del Braglia di Modena – vecchio stadio emiliano dedicato al tre volte campione olimpico di ginnastica – che la Vigor avrebbe affrontato contro il Mestre.

La C1, mai toccata in precedenza né dopo avrebbe rappresentato il culmine del periodo migliore della storia societaria, con la guida dell’indimenticato Walter Vignoli, ma anche di Aldo Manfredi e di Stefano Urlietti, recentemente scomparso.

Proprio con uno spareggio, a Osimo contro il Corridonia, ai rigori la Vigor nel 1980 era salita dalla Promozione alla D (l’Eccellenza non esisteva), quindi nel 1981 da neopromossa aveva dominato il torneo di D davanti alla Jesina arrivando per la prima volta in C2.

E ancora da neopromossa, nel 1981-82, mentre lo stadio Comunale – ora Bianchelli – veniva adeguato alla nuova categoria professionistica assumendo la forma attuale – la Vigor di Lidio Rocchi era stata subito protagonista, prima di un calo che rischiò di esserle fatale.

La corsa a tre per due promozioni si risolse così alla fine: l’Anconitana, battendo in rimonta il Mestre al Dorico, di fatto si guadagnò la C1 (il video del decisivo gol di Tamalio è su Youtube e mette i brividi riguardarlo oggi, ripensando alle folle e all’entusiasmo oceanico che 40 anni si fa respiravano pure nei tornei “minori”); davanti a 7.000 spettatori invece, nel suo stadio, la Vigor battè 3-0 il Mestre nell’ultima giornata agganciandolo in classifica.

Si andava dunque, la domenica successiva, allo spareggio di Modena, scelta dopo non poche discussioni.

Ed esodo fu, con ogni mezzo, treni speciali compresi.

A Modena “sembrava essersi riversata davvero una città intera”, come si dice ancora oggi, col sindaco Giuseppe Orciari in prima fila.

Per questo in quel caldo pomeriggio di quaranta anni fa, non si assistette soltanto a un evento sportivo ma a qualcosa di più.

Senigallia, allora, aveva meno di 40.000 abitanti e mai in precedenza ne aveva visti, non soltanto per un evento sportivo, così tanti spostarsi in massa in un’altra città.

E non sarebbe più accaduto nemmeno dopo.

Quanti furono davvero? Difficile anche quantificare, perché forse proprio per il numero elevato, le versioni talvolta sono state divergenti, quasi a rimpolpare il mito di quella giornata, ricordata spesso nostalgicamente da quelli che c’erano, ma il cui eco è giunto anche a chi, allora, era da poco nato: come il sottoscritto, che allo stadio iniziò ad andare bambino non molti anni dopo ma si perse per un pelo gli anni della C2 (che la Vigor abbandonò nel 1985), ma che è cresciuto col mito degli “anni d’oro della Vigor” e di “quelli di Modena”.

Di certo, degli 8.000 spettatori riportati dalle cronache del giorno dopo, i senigalliesi furono una gran parte, non meno di 3.000-4.000 e comunque molti di più dei veneti.

Perché allora, più di oggi, lo sport, era anche un fenomeno di costume, e la rivalità, specie nei derby, qualcosa che andava oltre il calcio entrando nella sfera del campanilismo.

E poi, non c’era la pay-tv, e la domenica, come in un rituale, si andava allo stadio. In tanti.

Quella Vigor, fatta da giocatori venuti da fuori come Lorenzo Di Iorio, Roberto Ennas, Pieraldo Nemo – nella storia rossoblù per il suo gol che sconfisse l’Anconitana al Dorico – ma anche da prodotti locali come “Gilda” Giuliani, era un fenomeno di massa, di cui si parlava nei bar e nelle piazze.

Proprio come si è tornato, finalmente, a fare di recente.

Ma al Braglia andò nella maniera peggiore: l’allora semisconosciuto Zanotto segnò l’unico suo gol stagionale proprio a 4′ dalla fine (o a 3′ dalla fine, o 2? Anche qui le versioni divergono, mischiando ancora realtà e leggenda), gettando nello sconforto migliaia di senigalliesi. 

Il suo nome è rimasto a lungo ancora legato alla profonda delusione di una città intera e non ce ne voglia l’eroe mestrino di quel giorno, persona di grande equilibrio e sportività, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere recentemente e la cui vicenda – raccontata in uno splendido libro – testimonia di un uomo speciale, degno di una giornata speciale e indimenticabile da ambo le parti.

Come è speciale il legame che molti giocatori di quella Vigor hanno ancora oggi coi colori rossoblù a distanza di anni, nonostante vivano lontani e una militanza vigorina tutto sommato breve: la serata per i 100 anni della Vigor organizzata da Giorgio Marcellini nel settembre 2021, che ha visto alcuni di loro protagonisti, conferma che quel giorno si assistette davvero a un evento epocale per il popolo vigorino.

D’altronde, 9 anni dopo, nel 1991, un genitore che si stava recando col proprio figlio undicenne a Falconara per lo spareggio per salire in D contro l’Osimana, si fermò in un allora noto bar senigalliese, per chiedere al titolare se ci fosse ancora lo striscione che i clienti avevano preparato 9 anni prima in vista della trasferta a Modena.

Come spesso accade, la polvere del tempo aveva cancellato il ricordo di dove fosse finito quello striscione che comunque avrebbe dovuto “essere ancora da qualche parte”.

Chissà dove: di certo il genitore se ne tornò in auto e al figlio disse che quello striscione non c’era più ma che, in fondo, “non era una brutta cosa, perché di quel giorno a Modena nel 1982 forse è meglio dimenticare tutto. Per sempre”.

E invece non è andata così: già nel 2012 in occasione del trentennale di quella trasferta i post sui social dei tifosi si sprecarono.

Un fan vigorino scrisse: “avevo 16 anni, ho salutato gli amici festosi alla stazione e poi siamo partiti per Modena. 

L’autostrada era un torpedone di bandiere rossoblù. 

Ripensarci a distanza di 30 anni mi mette i brividi”.

Un altro invece sottolineò: “Incredibile tristezza, avevamo vinto 3-0 pochi giorni prima… 

Ricordo ancora la delusione e la tristezza sul treno del ritorno.

E’ stata l’ultima grande emozione….poi sono guarito”.

Oggi, trascorsi altri 10 anni e a 40 anni da quel 6 giugno 1982, il popolo vigorino è invece tornato ad “ammalarsi” di tifo rossoblù.

Tifosi vigorini a Modena per lo spareggio

E allora a Modena si può tornare a guardare senza più rimpianti, nostalgia e tristezza, ma col rispetto che si deve a una giornata che è storia cittadina e magari come a punto di riferimento: perché sotto l’afa modenese il popolo vigorino davvero mostrò quanto tenesse alla sua squadra e quanto fosse forte il legame con quei vecchi colori nati ormai oltre 100 anni fa.

E con la passione ritrovata degli ultimi tempi, originata da un progetto vincente fortemente legato al territorio, chissà che un’altra giornata come quella di Modena non possa essere rivissuta da nuove generazioni di tifosi.

Stavolta, però, con un finale diverso e senza un gol beffardo in extremis a rompere l’incantesimo di una città intera.

Andrea Pongetti

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