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Laboratorio di scrittura creativa RAI-ERI “Il libro che non c’è” - Dagli studi di via Teulada in Roma...

Dagli studi di via Teulada in Roma...

È il 12 gennaio, sono le quattro e mezza di pomeriggio e sono appena arrivato in via Teulada 66 a Roma. La sede RAI è davanti a me. Su una palazzina di mattoncini marroni campeggia a caratteri cubitali, la scritta “RAI, centro di produzione tv”. E’ il centro storico della RAI di Roma, inaugurato nel 1958.Un flash back mi riporta indietro di secolia quando una presentatrice ancora in bianco e nero annunciava: dagli studi di via Teulada in Roma presentiamo... e ora sono lì, in una di quelle sale di via Teulada 66, a partecipare al “Laboratorio di Scrittura Creativa – Il libro che non c’è”. Corso gratuito, dodici lezioni per dodici settimane. Un bel impegno, non c’è che dire. Ma quando mi ricapita di accedere in RAI?

Sono in anticipo di un’ora. Provo a entrare. Alte cancellate, barriere di cristallo, guardie giurate si frappongono fra me e la storia, fra me e il mito. «Non se po entrà» mi dice in gergo romanesco un donna in divisa dietro un vetro antiproiettile. «È presto» dice senza degnarmi di uno sguardo. Vagabondo per le vie d’intorno. All’improvviso, quasi a ripagarmi del tempo perso, appare Beppe Fiorello. Faccio appena a tempo a riconoscerlo prima di vederlo scomparire sotto un berretto di lana e dentro una lunga, molto lunga, auto con autista. Sono in Rai, ora ne sono certo.

Si comincia. Gli insegnanti sono due: Paola Gaglianone e Alessandro Salas. «La RAI è narrazione» esordisce lei, «le strutture narrative sono le stesse per la parola scritta, per la fiction, per la filmografia, per un quadro o una scultura. E la RAI non poteva mancare con un corso sulla parola scritta.»

Dalla presenza scenica, dalla modulazione del tono della voce, dal sorriso e dallo sguardo empatico, dalla capacità di imporre leggerezza e introspezione, si capisce che l’istrione è lei. Lui, Salas, è la spalla, è la battuta, la frecciatina, il completamento e l’arricchimento della scena, il cambio di tono alla di lei conduzione.

La domanda su cui si regge la lezione è: perché si narra. Le risposte fornite dai conduttori, dagli “studenti con ampio intervallo di età”, dalla lettura di mostri della narrazione come Pamuk, Tabucchi, Yourcenar, Malerba, Borges, Hemingway sono tante. Tutte, tengono a precisare gli insegnanti, sono valide. Ma se proprio vogliamo condensarle in una frase, si scrive perché si è alla ricerca di un senso. Ecco, sì: NARRARE È RICERCARE UN SENSO.

Il tempo passa. Vola. Si va avanti tra letture, confronti e osservazioni. Si parla di buona narrazione, di drammaturgia del personaggio, del moto d’animo che muove un buon racconto. Si sopportano benevolmente le smanie di protagonismo del novello Eco o Camilleri.

Una frase della conduttrice sembra messa lì come compenso per le solitarie ore che noi, amanti della scrittura, sottraiamo ad attività ben più sociali. «Diciamocelo» dice con slang romanesco la Gaglianone, «chi ha voglia di narrare, ha una marcia in più.» Fremiamo. Dateci una tastiera, una penna, un pezzo di carta, un’arcaica grotta su cui disegnare una storia da lasciare ai posteri.

Si continua. Punti di vista, credibilità della narrazione, drammaturgia del personaggio, idea forte di una storia, tono di voce. Ok. Per oggi basta. La prossima settimana ci aspetta l’approfondimento sulla voce narrante. Esco dalla sala. È notte. La scritta RAI è lì. Scopro che è ancora quella originale. È accesa. Il blu intenso illumina il cortile e sembra dirmi: “La RAI è qui. È vera. Esiste. Bravo. Hai fatto bene a partecipare a questo corso”.

di Giorgio Giaccaglini

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